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mercoledì 24 maggio 2017

Riflessione (di Padre Antonino Costa)

Ognuno nella vita fa purtroppo esperienza di schiavitù, di catene, di costrizione. È la schiavitù della malattia che ti costringe in ospedale o inchiodato in un letto, attaccato ad una flebo o costretto in ingessature; è la schiavitù di qualche vizio o cattiva abitudine che non ti lascia correre libero nella via del bene; è la morsa della droga che ti porta sempre a dosi maggiori e ti rende uno straccio; è la dipendenza dall’alcool che ti fa terra bruciata di saggezza e sentimenti. Può essere la stessa detenzione per delitti commessi e giustamente puniti.
Ed è una grande gioia quando ritorna la salute, esci dall’ospedale, si schiudono le porte del carcere, smetti di drogarti e di bere. È un’altra vita. Il carcerato non vede più il sole a scacchi, non sta più a misurare il perimetro della cella, non divide più il tempo in ore di aria e ore di cella. È bello non sentirsi più dipendente da sostanze, uscire dall’incubo dell’alcoolismo.
È stato così anche per il popolo di Israele. Era stato per tanti anni schiavo dell’Egitto e finalmente dopo molteplici tentativi, dopo lotte serrate contro il faraone Mosè riesce a far passare il mar Rosso. È bellissimo il canto di Maria, la sorella di Mosè, oltre il mare che si chiude alle spalle sui carriaggi del faraone. Inebriati di una liberazione definitiva. Contenti di una rottura delle catene.
Così capitò in Italia nel 1945 quando finì la guerra e i tedeschi se ne andarono da tutta l’Italia. Liberazione: non c’era più nessun oppressore o collaborazionista che ci faceva paura con le sue armi, con le sue ritorsioni, i suoi soprusi. Liberati finalmente, senza padroni, senza schiavitù, senza dipendenza da altri.
Ma essere liberati significa subito essere liberi?
Padre Antonino Costa

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