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martedì 20 luglio 2021

"La storia delle Eolie" conosciamola attraverso lo storico La Greca. 20 Luglio 1866 : La battaglia di Lissa e i caduti eoliani

20 luglio 1866
La Battaglia di Lissa

Nel corso della Battaglia di Lissa, durante la III guerra d’Indipendenza italiana, il nostro Comune paga un pesante tributo di vite umane. Tredici corazzate italiane si scontrarono con sole sette corazzate austriache: era il primo scontro di grandi proporzioni fra tali nuovi mezzi navali. La flotta italiana aveva preso il mare senza piani di battaglia e senza carte accurate dell’Adriatico. Le attrezzature e il grado di specializzazione della flotta austriaca numericamente inferiore, erano di gran lunga maggiori di quelli della nostra flotta. Ma soprattutto furono determinanti della sconfitta la sfiducia degli ufficiali italiani nell’ammiraglio Persano, nonché la sua limitata capacità di comando.
Lissa è una piccola isola situata di fronte alla costa dalmata Nel 1866, l'8 di aprile, a Berlino si celebrava il Trattato della triplice alleanza fra l'allora Regno d’Italia, la Prussia e la Francia, in base al quale "entro tre mesi" si doveva dichiarare guerra all'Austria. Il 16 giugno (seppure con otto giorni di ritardo…), con il proclama di Vittorio Emanuele II, veniva dichiarata la guerra, e il giorno 24 successivo a Custoza l'esercito Italiano veniva sconfitto da quello Austriaco. L'esercito Italiano operava una "ritirata strategica" fino oltre il Po, per difendere l'allora capitale: Firenze. Il 3 luglio le armate Prussiane sconfiggevano l'esercito Austriaco a Sadowa. Due giorni dopo la disfatta di Sadowa, Francesco Giuseppe chiedeva l'armistizio e pur di concluderlo offrì di cedere il Veneto alla Francia, la quale lo avrebbe dovuto "girare" agli Italiani.
Il governo del tempo era contrario a questa proposta perché umiliava le loro forze armate e, vista la penosa condizione dell'esercito dopo la dura batosta di Custoza, puntarono sulla marina per poter riportare una vittoria sul nemico che consentisse loro di finire onorevolmente la guerra.
Il primo Ministro, Bettino Ricasoli, telegrafò all'ammiraglio Persano dicendo: «E' indispensabile che fra una settimana la flotta austriaca sia distrutta".
Ma qual’era lo stato della nostra marina? Leggiamolo dalle pagine del quotidiano Francese La Presse: «pare che all'amministrazione della Marina Italiana stia per aprirsi un baratro di miserie: furti sui contratti e sulle transazioni con i costruttori, bronzo dei cannoni di cattiva qualità, polvere avariata, blindaggi troppo sottili, ecc. Se si vorranno fare delle inchieste serie, si scoprirà ben altro!». e così il quadro è completo!
Dunque, giunge il fatidico 20 luglio, e quanto segue lo leggiamo dalle Memorie del Regio Commissario Italo-Piemontese, conte Genova Thaon di Revel, incaricato dell'annessione forzata del Veneto all'Italia.
L'ammiraglio Persano non andava d'accordo con il suo capo di stato maggiore. Nulla sapevano i comandanti delle squadre del piano d'azione che aveva combinato Persano. Uscita la flotta dal porto di Ancona, varie squadre furono mandate a sparare inconsideratamente contro le batterie di terra altolocate di Lissa ed altri diversi punti della costa Dalmata, senza ottenere alcun risultato. E quando la flotta nemica giunse improvvisamente, le nostre navi divise, in bordeggiare incerto, ebbero pena a riunirsi. All'appressarsi del nemico, egli lasciò inopinatamente la nave ammiraglia, dalla cui alta alberatura attendevasi segnali, per andare a rinchiudersi nella torre dell'Affondatore.
Il Re d'Italia colò a picco oppresso dalle navi nemiche, mentre la Palestro saltò in aria. L’ammiraglio austriaco Tegetthoff, le cui navi erano seriamente scosse, si rivolse verso Pola ed allora solamente si vide un segnale di Persano: «libertà di manovra!». Sull'ordine del giorno osò scrivere essere rimasto «padrone delle acque». Al rovescio dei generali battuti a Custoza, egli si proclamò vincitore, essendosi tenuto fuori del pericolo. Salvò la vita, ma non il suo onore militare.
Le perdite sono state complessivamente di 620 mori e 40 feriti fra gli equipaggi Italiani, e di 38 morti e 138 feriti fra quelli austro-veneti.
La corazzata Re d'Italia, speronata da quella austriaca, fu affondata in pochi minuti con la tragica perdita di 400 uomini, la corvetta Palestro fu colpita da un proiettile incendiario ed esplose trascinandosi dietro oltre 200 uomini.
Ben 17 eoliani, andarono a picco con le due corazzate su cui erano imbarcati. Eccone l’elenco, forse incompleto.
Nell’affondamento della “Re d’Italia” morirono:
1)      Il marinaio Bartolomeo Rando, di Salvatore e di Marianna Tesoriero, nato a Lipari il 13 aprile 1842;
2)      Il marinaio fochista Domenico Favorito, di Giuseppe e di Rosalia Alajmo, nato a Lipari il 10 novembre 1842;
3)      Il carbonaro Giuseppe Di Losa, di Onofrio e di Maria Giuseppa La Nassa, nato a Lipari il 2 gennaio 1842 (quest’ultimo probabilmente di Stromboli);
4)      Il marinaio fochista Francesco Lo Schiavo, di Vincenzo e di Francesca Pirera, nato a Lipari il 22 gennaio 1843;
5)      Il marinaio Giovanni La Greca, di Antonino e di Marianna Picone, nato a Lipari il 24 giugno 1843;
6)      Il marinaio cannoniere di seconda classe Giuseppe Famularo, di Giuseppe e di Rosa Basile, nato a Lipari il 13 novembre 1844;
7)      Il marinaio Giuseppe Russo, di Giuseppe e di Marianna Galletta, nato a Lipari il 16 luglio 1843;
8)      Il marinaio timoniere Gaetano Sciarrone, di Giovanni e di Angela Muleta, nato a Lipari il 5 maggio 1843;
9)      Il marinaio Antonio Mollica, di Domenico e di Giovanna Natoli, nato a Lipari l’8 settembre 1843;
10)  Il marinaio fochista Bartolomeo Sale di ignoti, nato a Lipari il 3 aprile 1837.

Nell’affondamento della “Palestro” persero la vita:
1)      Il marinaio Pasquale Maria, di Giuseppe e di Grazia Cafarella, nato a Lipari il 16 marzo 1844;
2)      Il marinaio Giovanni Bongiorno, di Antonio e di Giuseppa Picone, nato a Lipari il 4 novembre 1842;
3)      Il marinaio Carmelo Conte, di Felice e di Giuseppa Cusolito, nato a Lipari il 31 dicembre 1844;
4)      Il marinaio Giuseppe Renda, di Giovanni e di Concetta Mollica, nato a Lipari il 1° luglio 1842;
5)      Il marinaio Andrea Renda, di Gaetano e di Marianna Ristuccia, nato a Stromboli il 2 febbraio 1840;
6)      Il marinaio Bartolomeo Russo, di Bartolo e di Maria Famularo, nato a Stromboli il 6 febbraio 1845;
7)      Il marinaio Gaetano Ricciardi, di Gaetano e di Maria Quadara, nato a Lipari il 18 novembre 1843.


Abbiamo voluto ricordare questi giovani perché sono stati i primi cittadini eoliani del nuovo stato unitario a morire in un conflitto del cui significato, dei cui fini politici e militari forse non si rendevano affatto conto. Molti di loro certamente non avevano neanche una chiara cognizione dei cambiamenti politici nei quali le loro stesse isole erano state coinvolte. Per i giovani come loro il primo concreto contatto con la nuova entità nazionale italiana era stato proprio il servizio di leva, che li aveva tenuti lontani da casa per diversi anni; almeno venti di loro a casa non ci tornarono più, iniziando quella lunga serie di feriti, morti e dispersi che, in un secolo di guerre terribili, folli e comunque quasi sempre incomprensibili per color ch’erano chiamati a combatterle, punteggerà purtroppo anche la piccola storia contemporanea del nostro arcipelago.

Buon Compleanno a Caterina Merlino, Mario Finocchiaro, Stella Randazzo, Piero De Teresa, Annalisa Ristagno, Simona Biviano, Lucia Basile, Tamara Riganò, Luigi Pajno, Rita Catena Ziino, Cassandra Finocchiaro

E' deceduto Domenico D'Onofrio

Buon Compleanno... nell'azzurro del cielo in cui sei e nei nostri cuori!

Sempre nel cuore e nella mente, 

oggi un pò di più... tra una lacrima ed un sorriso

Seconda laurea con 110 e lode e bacio accademico per Andrea Giorgia Marino


Laurea magistrale in scienze e tecniche dello sport, presso la Facoltà di medicina e chirurgia dell'università di Tor Vergata, per Andrea Giorgia Marino. 

La laurea è stata conseguita con il punteggio di 110 e lode e bacio accademico. 

Ha presentato e discusso la tesi "Mens sana in corpore sano: Studio di un protocollo chinesiologico adattato durante la pandemia Sars - Cov - 2"

Per Andrea si tratta della seconda laurea.

A lei l'augurio di un brillante futuro e felicitazioni per i genitori e i parenti tutti


lunedì 19 luglio 2021

QUELLA DI FLORENZIA, UNA STORIA DA RACCONTARE di Michele Giacomantonio (Puntata 10 di 10)

Decima puntata
LE FORZE MI VENGONO MENO…
Le ultime settimane di vita


 


Florenzia già anziana e l’entrata della Casa generalizia a Roma

Florenzia seguì i problemi della congregazione fino alle ultime ore di vita con una partecipazione che andava dai problemi più impegnativi della congregazione e delle case fino alle vicende delle singole suore. Poneva domande, dava consigli, si preoccupava della loro salute...
Anche nel chiedere aiuto alle consorelle era molto discreta. Uno dei malanni che la vecchiaia le aveva recato era il gonfiore alle gambe e il problema che aveva tutte le mattine, anche perché era divenuta molto robusta, era quello di allacciarsi le scarpe. Da sola non ci riusciva e quindi aspettava la prima suora che passasse per il corridoio e potesse aiutarla. Spesso questa era suor Colomba e la Madre un giorno le chiese:
– Che cosa pensi, quando fai questo servizio?
– A niente, Madre.
– E invece devi pensare che lo fai per amore del Signore.
Le difficoltà nei movimenti facevano sì che avesse sempre bisogno di qualcuno che l’aiutasse a coricarsi e ad alzarsi. Una notte cadde dal letto, ma per non disturbare le consorelle durante il sonno non volle chiedere aiuto. Rimase a terra fino al mattino, quando la trovarono tutta infreddolita perché era inverno.
Amava conversare e comunicare con le consorelle. Lo faceva di persona o per lettera.
Aveva una grande dote di discernimento nel giudicare le persone ed era sempre prodiga di consigli, ma badava bene a farlo amichevolmente senza  pregiudizio. Fin da giovane, era stata devota di suor Teresa di Gesù Bambino e voleva che soprattutto le novizie ne leggessero la vita e la <<Storia di un’anima>>. Suor Maria Maddalena era rimasta colpita dal brano in cui Teresa si era scelta una consorella che le correggesse i difetti.
– Quale suora mi potrebbe essere di aiuto?, si chiedeva, ed era titubante, perché pensava a una consorella molto sveglia e intraprendente, ma aveva dei dubbi.
– Che cosa la preoccupa suor Maria Maddalena? – le chiede un giorno Florenzia vedendola turbata.
La giovane le confidò il suo problema e le fece anche il nome della suora a cui aveva pensato.
– Se vuoi un mio consiglio, non credo che quella suora sia adatta per la tua anima. Ti faccio io una proposta e poi decidi tu.
Suor Maria Maddalena seguì il consiglio della Madre e si trovò bene, mentre la consorella a cui aveva pensato dopo pochi anni perdette la vocazione e abbandonò l’abito e l’istituto.
Alla capacità di discernimento univa un naturale senso pedagogico basato sulla fiducia nell’interlocutore. Un giorno, mentre è alla finestra della casa di Roma che guarda i bambini giocare nel cortile, si accorge che una giovane suora aveva perso la pazienza con un bambino che continuava a fare capricci. Florenzia subito non dice niente, ma nel pomeriggio fa chiamare la suora nella sua stanza. Questa si era accorta che la Madre aveva notato la sua reazione ed era impaurita. Chissà che cosa le avrebbe detto… Era così severa… Florenzia vede la suora tutta tremante e cerca di metterla a suo agio, la invita a sedersi.
– L’ho fatta chiamare, cara figliola, per sapere se si trova bene con noi. Incontra difficoltà nella vita religiosa? Sta bene in salute?
La giovane è sorpresa. Credeva di doversi scusare e, invece, la Madre l’invitava a una conversazione serena. Senza rimproverarle nulla, Florenzia le parla dell’amore di Cristo, dello spirito di sacrificio che le suore devono acquistare, della carità verso gli altri.
– Molte volte è difficile trattare con i bambini, specie se sono dei piccoli ribelli. Ma Gesù amava i bambini e li portava ad esempio agli adulti. Con loro bisogna avere più pazienza che con i grandi.
Un altro episodio la vede esercitare questa virtù pedagogica con una bambina. C’era in istituto una ragazzina di 13 anni, Teresa, che le suore avevano accolto per carità, visto che la famiglia non poteva mantenerla. Florenzia amava chiacchierare con lei e Teresa, rassicurata dalla confidenza che le dimostrava la Madre, un giorno le chiese perché non potesse indossare l’abito delle novizie e divenire suora.
– Sei ancora troppo giovane, Teresa. Devi avere pazienza, verrà anche il tuo momento, la rassicurò la Madre.
– Ma è già un anno che sono qui e conosco tutte le preghiere meglio di tante novizie. Perché non fa un’eccezione?
Florenzia vede che la ragazzina non vuole convincersi e sembra chiudere il discorso.

La cameretta di Florenzia nella Casa di Roma ora trasformata in Cappella.

– Teresa, in giardino c’è un piccolo tronco di albero quasi secco; vedi di estirparlo e portalo qui.
Sembra un incarico di responsabilità e Teresa, lieta, corre in giardino. Provò e riprovò a svellere il tronco, ma per quanti sforzi facesse la pianta non si mosse di un centimetro. Delusa, stanca e accaldata, tornò dalla Madre.
– Il tronco è più grande di me, non riesco a smuoverlo.
– Vedi, Teresa, ci sono cose che alla tua età, con le tue forze puoi fare e altre no. Quello che si verifica per le piante, accade nella nostra vita. Quando si è giovani, bisogna pensare a curare la vita e a raddrizzarla se ce n’è bisogno. Quindi in questo periodo studia, lavora e strappa, se occorre, le erbe cattive, cioè le cattive inclinazioni che scopri in te. Il Signore premierà la tua generosità e, se vorrà, quando sarai più grandicella, potrai diventare suora.
Spesso andava a trovare la suora che era in cucina.
– Figlia mia, fammi pulire la verdura, diceva.
– Madre, mai io non voglio che lei faccia queste cose –, rispondeva imbarazzata la suora cuciniera.
– Perché no? Non ho forse anch’io il diritto di andare in paradiso con il mio lavoro? Vede, fra pentole e pentolini sta spesso la nostra santità.
– Spesso qui, Madre, non si ha nemmeno il tempo di dire un Gloria.
– Eppure è semplice. Quando accende il fuoco, si ricordi dell’inferno e del purgatorio e così il suo impegno sarà, tra meditazione e lavoro, tutto per Gesù. Che cosa vuole di più? Si faccia santa e preghi per me.
Molto tempo Florenzia lo dedica alle lettere rivolte alle suore lontane o alle circolari che scrive per Natale o per Pasqua. Sono quasi sempre lettere serene e, se qualche volta deve rimproverare, lo fa con franchezza come con la stessa franchezza è pronta a chiedere scusa se si accorge di essere stata ingiusta o di avere ecceduto. Ma nell’ultimo anno di vita doveva avere un cruccio molto forte che serbava dentro di sé, anche se qualche volta prorompeva alla superficie.
La circolare del 31 marzo 1955 è particolare e sembra rilevare questo stato d’animo: “Il mio cuore materno – vi si legge dopo l’indirizzo alle “figliuole carissime” e l’annunzio dell’approssimarsi della Pasqua – sente il bisogno di manifestare i sensi di soprannaturale affetto che a voi mi lega, affetto purtroppo mal corrisposto perché, se il cuore delle figlie battesse all’unisono con quello della Madre, ben diversa sarebbe la vostra condotta. Soffro tanto nel considerare che voi non vi amate, non vi compatite scambievolmente, anzi spesso si deve constatare quello spirito di fazione, di ribellione, di mormorazione, di riferire i difetti delle consorelle trasportandoli di Comunità in Comunità, inasprendo gli animi e disseminando malanimo e discordie. Che piaga terribile!!! Figliuole care, perché amareggiare tanto il cuore di Gesù e quello della Madre vostra? Penso, però, che la Quaresima sarà stata un periodo di ravvedimento e che la S. Pasqua del 1955 segnerà per il nostro istituto l’inizio di un rifiorimento dello spirito di carità vera e sentita, che stabilirà nelle anime vostre e nelle vostre comunità la pace e la gioia santa che unisce i cuori a Gesù. Questo l’augurio sentito che la Madre vi fa giungere in questa S. Pasqua, fiduciosa che ognuna di voi coopererà a rimarginare questa piaga terribile che tende a distruggere lo spirito religioso nei membri della nostra cara Congregazione”.
E, infine, la conclusione: “Figliuole care, l’avvenire della nostra cara Congregazione è nelle vostre mani, scuotetevi e in questa Pasqua fate propositi santi”.
Critiche di questo tipo non erano usuali in Florenzia. Probabilmente negli ultimi mesi vi era una vena di pessimismo che l’amareggiava e che, di tanto in tanto, emergeva. Di più, proprio in questi ultimi mesi, scomparivano alcune compagne – suor Veronica e suor Nazarena – che erano state con lei fin dai primi momenti della creazione dell’istituto.
Il 18 febbraio 1956 Florenzia, che sente approssimarsi la propria fine, scrive a suor Pia, che era ancora in Sicilia, chiedendole, se possibile, di sospendere le visite in programma e tornare a Roma. È una lettera espresso che consegna alla segretaria generale per spedirla. Ma questa, oltre a spedire la lettera, decide di telefonare alla casa di Acireale dove era suor Pia per manifestarle le sue preoccupazioni. Niente di grave in apparenza, solo la pressione un po’ alta, ma il fatto che Florenzia avesse chiesto il rientro della vicaria l’aveva messa in allarme. La telefonata confermò a suor Pia alcuni presentimenti che lei stessa aveva avuto e così – “spinta da un incubo che la tormentava” – decise di partire senza frapporre indugi.
Il 19 suor Pia è già a Roma. Vi era arrivata la sera precedente a tarda ora, avendo viaggiato tutto il giorno, e non aveva voluto disturbare Florenzia. Ma la mattina del 20, alle nove, è già nella sua camera. La Madre sta benino e non sembra che sia prossima alla morte. È felice di vedere suor Pia e subito vuole essere messa al corrente di come vanno le cose in Sicilia e, in particolare, a Palermo e a Petralìa Sottana, dove vi erano stati problemi nella realizzazione delle nuove sedi. Parlano per tre ore fino a mezzogiorno e Florenzia vuole conoscere tutto, fin nei minimi particolari, delle case, ma anche delle suore, dei bambini assistiti, delle aspiranti alla vita religiosa, delle postulanti, delle novizie, delle opere di carità. Aveva nella sua testa, con grande lucidità, il quadro delle attività siciliane e con interesse voleva essere aggiornata.
Nel pomeriggio fa chiamare il padre francescano che le ha promesso la donazione di una villetta a Roma centro da parte di una benefattrice. È un problema che le sta molto a cuore. Ha sempre sperato – visto che Monte Mario risulta un po’ fuori mano – di potere avere una casa anche piccola a Roma dove potessero abitare le suore che dovevano frequentare le scuole. Meglio se fosse dalle parti di San Pietro, “per essere più vicine al Papa”. Il padre arriva subito e l’incontro si tiene nella cameretta di Florenzia, che lo accoglie seduta nella sua solita poltrona di legno, alla presenza di suor Pia e della segretaria generale. Ma padre Bernardo non ha novità e pare a Florenzia troppo evasivo. Essa, però, è pressata dal tempo che le sfugge e si rivolge al francescano con toni accorati: “Padre, Lei mi può aiutare, mi deve aiutare. Non ho più testa né gambe, non posso più muovermi, non posso più reggere l’istituto… Ci deve aiutare, segua la pratica della donazione della casa in città. Poi c’è da fare la chiesa, il progetto è pronto, desidero essere sepolta nella nuova chiesa vicina a Gesù, vicino alla Madonna, in mezzo alle mie figlie”.

2. Un transito sereno

  Quella del martedì, 21 febbraio 1956, fu la giornata fatidica. Pioveva e vi era umido e freddo. La mattina Florenzia non se la sentì di alzarsi per sedersi sulla sua poltrona come faceva sempre, ma rimase a letto. Questo fu il segnale che soffriva molto e le forze la sorreggevano sempre meno, anche se lei alle domande di come si sentisse rispondeva sempre “bene”. Chiese di parlare con don Traiano, il cappellano dell’istituto, ma questi era fuori sede e così suor Pia pensò di far venire il parroco di Nostra Signora di Guadalupe, che era la loro parrocchia e distava dalla casa un paio di centinaia di metri. Don Paolo arrivò subito e le suore gli suggerirono di dire che non erano state loro a chiamarlo, ma che era venuto di sua iniziativa per una visita di cortesia. Florenzia, che aveva compreso la preoccupazione delle consorelle, fu contenta di vederlo.
“Padre parroco, come faceva a sapere che stavo male?”, chiese con una punta di ironia.
“Madre – rispose sorridendo don Paolo –, il parroco sa tutto”. E, dopo questi convenevoli, la suora chiese di confessarsi. Dopo il parroco volle somministrarle il viatico, anche se Florenzia appariva serena nel volto, parlava e non manifestava nessun segno di crisi grave. Ed ora, aggiunse don Paolo, facciamo la comunione. “Non posso – rispose questa imbarazzata – ho fatto da poco colazione”. “Non importa – ribatté don Paolo –, la dispenso io”. E recitò le preghiere di preparazione e di ringraziamento alla comunione a voce alta e chiara.
Intorno al letto le suore, che nel frattempo, dopo la confessione erano sopraggiunte, prendendo posto nella stanzetta o sostando nel corridoio dinanzi alla porta, impietrite dal dolore, seguivano ogni suo movimento e ogni sua parola. Florenzia recitò alcune preghiere insieme al parroco, da sola ridisse la preghiera a Gesù crocifisso “Anima Christi”. Poi ripeté più volte: “Nel bel cuore di Gesù che mi ha redento, in pace io riposo e mi addormento”. Quindi, col suo solito sorriso, si fece aiutare a mettersi seduta nel letto e si mise a conversare col parroco chiedendogli perché da un po’ di tempo non invitava le sue suore ad andare in parrocchia e, in particolare, perché non le aveva invitate alla solenne festa dell’incoronazione della Madonna. Però, sia perché parlava piano, sia perché incespicava un po’ nelle parole, non si capiva tanto bene quello che diceva.
Si erano fatte già le 12,30 e, mentre conversavano, il parroco chiese se voleva amministrato quello che oggi si chiama sacramento dell’unzione degli infermi e che allora era conosciuta come estrema unzione. Florenzia acconsentì sorridendo, seguì attentamente tutta la cerimonia, vi partecipò con devozione, rispondendo “Amen” con voce chiara. Le suore, con il cuore straziato, seguivano i minimi movimenti della Madre, che in viso era serenissima.
In questo intervallo, arrivò anche il medico curante che le auscultò il cuore, disse che era un po’ debole, ma che non c’era una vera gravità, e andò via. Il parroco, a questo punto, volle darle anche la benedizione papale e, nell’atto che Florenzia ebbe Gesù crocifisso fra le mani, lo strinse forte e, a voce alta e chiara, disse: “Gesù, Gesù mio” e baciò il crocifisso con trasporto. Lo consegnò poi nelle mani del parroco, che lo posò sul tavolo, e ancora a voce alta disse: “Gesù, Gesù mio, Gesù bello”.
Quindi, rivolgendosi alle suore, disse: “Perdono tutte le suore, anche le più discole e benedico di cuore le vicine e le lontane”. Stette un po’ di tempo in silenzio, ringraziò don Paolo e questi, vedendo che stava benino, andò via. Erano le 13,30 e si era trattenuto per circa tre ore.
Accettò di mangiare qualcosa e volle alzarsi e sedersi sulla sua poltrona. Scesero a trovarla, per informarsi sulla sua salute, suor Biagina, che era stata a letto con acuti dolori intercostali, e suor Adele che, malgrado avesse la febbre, aveva voluto fare una visitina alla Madre. A questa, che le chiedeva come stesse, Florenzia rispose sorridendo: “Io sto bene, è lei che è tanto malata. Cerchi di salvaguardarsi”.
Le suore passarono il pomeriggio tutte intorno a Florenzia e – vedendola serena e attenta, come al solito, alla conversazione – si interrogavano perché mai il parroco avesse voluto amministrarle l’estrema unzione. A suor Ludovina, che durante l’assenza di suor Pia dormiva in camera con lei e, quindi, durante la notte si alzava diverse volte per assisterla, disse: “Lei vada a letto a riposare ora, io riposerò stanotte”. A suor Amalia, che di solito si occupava del bucato, disse: “Consegni presto la biancheria ad uso mio che mi servirà”. Riflettendo su queste frasi, suor Pia si chiese se fosse un indizio che Florenzia presagiva la propria morte. Ma non disse nulla a questo proposito. Alle 18,30 fece cena, mangiò come al solito e bevve acqua calda con succo di mandarino, perché sentiva freddo. Alle ore 19 volle che le suore andassero a cenare e rimasero a farle compagnia solo suor Ludovina e suor Amalia.
In questo intervallo, venne a trovarla don Traiano che era rientrato in istituto. Lei gli disse, contenta, che vi era stato don Paolo, di aver fatto la comunione e di aver ricevuto anche l’estrema unzione.
Se lei ha pazienza, Padre, vorrei esporle un ragionamento che sono venuta facendo in questi ultimi mesi e che è come un riassunto della mia vita spirituale. Il mio cammino spirituale. Il Padre le disse che era felice di ascoltarla e Florenzia riprese il discorso.

Interno della chiesa di Pirrera, oggi

“Vede, Padre, la cosa più importante nella mia vita è stata la preghiera, e cioè il dialogo con Gesù e con la Madonna. Ma forse, ancor prima della preghiera, è stato il silenzio. Le suore pensano che io sia un po’ fissata con il silenzio. E può essere vero. Con l’età anche alcuni valori finiscono con l’apparire manie. Ma per me il silenzio vuol dire l’incontro della mia anima con Dio. Il silenzio è una tale forza trasformatrice che ci fa scoprire la nostra povertà umana, la nostra incapacità, i nostri limiti. Il silenzio non è il nulla, ma è ascolto per cogliere la presenza di un altro che è oltre la percezione dei nostri sensi. Il silenzio è la premessa della preghiera, perché vuol dire fare spazio all’ascolto di Dio. Questo l’ho sempre saputo, fin da bambina, quando passavo lunghe ore in silenzio dinanzi al quadro della Madonna degli Angeli nella vecchia chiesetta di Pirrera a Lipari. E un giorno, il giorno della mia prima comunione, ho sentito finalmente la voce di Gesù.
Ho detto molte volte che “Gesù parla alle anime silenziose. Quando si accorge che nel nostro cuore si nutrono pensieri che non sono per lui, ci lascia sole e non si può conoscere la via che porta al cielo”. Sì, il silenzio è già preghiera. E la preghiera è stata per me l’alimento giornaliero, il sostegno a cui appoggiarmi nelle difficoltà. La preghiera fatta di ascolto e di dialogo. Dialogo con Gesù. Dialogo con la Madonna. Dialogo e meditazione. Anche il rosario è stato per me dialogo e meditazione. Un modo di comunicare con Dio lungo i misteri della fede.
Silenzio e preghiera sono fra loro connessi e uno introduce all’altro, così come la perfetta letizia e l’abbandono a Dio, che sono le altre tappe di questo cammino sulla strada dello Spirito.
La perfetta letizia è stato il passaggio, credo, più complesso. Mi riusciva difficile pensare come si potesse rimanere nella gioia interiore di fronte a eventi terribili, a disgrazie familiari, alla sofferenza che vedevi intorno a te. Il racconto di Francesco che torna da Perugia in una durissima notte d’inverno e, giunto al convento, non lo lasciano entrare, la prima volta che lo sentii mi parve una storiella, allo stesso tempo, irritante e divertente. Com’è possibile essere lieto, quando subisci un’ingiustizia? Com’è possibile non reagire?
È possibile – mi disse un giorno un frate francescano –, se al centro non ci sei tu, se non sei tu al centro dei tuoi pensieri, delle tue emozioni, del tuo mondo. Fino a quando non ti poni in un angolo e non occupi quel centro con Dio, non puoi. Per questo, la perfetta letizia pretende l’abbandono fiducioso a Dio.
Ho ancora nelle orecchie le parole di quel frate. Si chiamava padre Daniele e lo conobbi viaggiando sulla nave verso gli Stati Uniti e poi lo ritrovai a New York nella chiesa di Sant’Antonio. Quel viaggio verso l’America fu un momento importante della mia maturazione spirituale e, soprattutto, la notte terribile di tempesta quando pareva che dovessimo affondare e sentivo intorno a me grida e pianti. La mattina, la tempesta si era quietata e raccoglievamo morti e feriti. Allora mi sono detta che, se ero ancora viva, è perché l’aveva voluto Dio e, quindi, la mia vita non mi apparteneva più. Apparteneva a lui e dovevo vivere ogni momento nella gioia di servirlo. Da quel momento, per quanto forti fossero le preoccupazioni, mi dicevo che, se una cosa era bene che si verificasse, allora Dio avrebbe provveduto. Se c’era qualcosa che io avrei potuto fare, dovevo impegnarmi sino in fondo. Ma se le cose esorbitavano dalle mie possibilità dovevo affidarmi a lui.
Affidarsi a Dio non è lo stesso che fidarsi di Dio, è un passo in più. Vuol dire abbandonarsi a lui e avere la certezza che tutto quello che ti succede ha una finalità e questa finalità non può non essere buona perché viene da Dio. Le contrarietà sono le forti carezze di Dio. Le difficoltà, le prove arrivano perché Dio vuole saggiare la nostra fiducia in lui, ma lui stesso le avrebbe risolte. Alle mie suore, di fronte alle traversie, alle contrarietà e alle preoccupazioni, ho sempre detto: “Uniformiamoci alla volontà di Dio, il quale tutto sa risolvere per il nostro bene”.
Dio, Padre, non è mai stato per me un essere impersonale. È sempre stato una persona viva e vera. È stato Gesù e Gesù è stato l’unico e grande amore della mia vita. Gesù che mi parla attraverso la Scrittura, Gesù che mi parla nell’Eucaristia. Anche nella ricerca di Gesù Francesco mi è stato maestro. Il Gesù della povertà del Presepio, il Gesù dell’umiltà della Croce, il Gesù dell’annientamento dell’Eucaristia. Sono tre momenti che rendono Gesù vero, presente. Eppure fra questi tre momenti quello verso cui ho sempre provato un particolare trasporto è l’Eucaristia. Nell’Eucaristia Gesù si è annientato per rimanere con gli uomini per sempre. E così non siamo stati più soli. Alle mie suore, che si lamentavano qualche volta della solitudine in cui vivevano a Rosarno, a Castagnolino, in Brasile ho sempre ricordato: “Gesù dimora con voi e, quindi, avete tutto. Amatelo Gesù. Ditegli spesso: Gesù ti amo, resta con noi”. Per questo volevo che il primo pensiero nell’apertura di una casa fosse quello della cappella in cui celebrare la messa, possibilmente tutti i giorni.
L’Eucaristia è stata per me il centro della giornata e alle mie figliole dicevo di dividere la loro giornata in due periodi di raccoglimento: la prima metà in costante ringraziamento per l’eucaristia ricevuta la mattina, e la seconda mezza giornata vissuta nell’attesa della comunione dell’indomani.
L’amore per Gesù è stato il culmine del mio percorso. L’amore per gli uomini e, in particolare, per i più bisognosi non è che l’estensione di questo amore. Sì, l’amore è stato il movente di ogni aspirazione nella mia vita, di ogni opera intrapresa, l’amore che innalza all’Onnipotente un cantico di gioia, di gratitudine, di riconoscenza nel trambusto di una vita sacrificata, francescanamente vissuta. Nel povero mendicante, nell’ammalato che soffre, nella ragazza madre abbandonata, nel bambino senza affetti vedevo Gesù. Ho scritto alle mie figliole in Brasile, che tanti problemi hanno avuto nell’ospedale di Jatai: “Oh, come sarebbe bello, se in uno dei tanti ammalati trovaste Gesù in persona. Ma se non lo trovate visibile, lo troverete sempre invisibile. Quando avvicinate un ammalato, andate col pensiero che vedete Gesù”. E a tutte ho sempre ricordato che, quando un povero bussa alla porta, bisogna accoglierlo e aiutarlo, perché in lui c’è l’immagine di Gesù Cristo. Ecco, questo è il testamento che lascio alle mie figliole, un percorso per diventare sante non compiendo azioni straordinarie, ma affrontando i problemi di tutti i giorni lungo quella “piccola via” che ci ha indicato suor Teresa di Gesù Bambino”.

La casa della famiglia Profilio a Pirrera trasformata in casa di preghiera con la sua piccola cappella

Parlò a lungo Florenzia ed era veramente come se volesse consegnare a  don Traiano il proprio testamento spirituale. In alcuni momenti la voce sembrava spegnersi in gola ma, subito, riprendeva come se quel racconto fosse il canto della sua vita.
Dopo cena, il cappellano si incontrò con le suore e le tranquillizzò perché Florenzia era lucida e serena. Il tempo della ricreazione le suore lo passarono rimanendo attorno alla Madre e, all’orario delle preghiere serali, le chiesero la benedizione e andarono in cappella. A recitare le preghiere con Florenzia rimasero suor Pia e suor Ludovina e la Madre partecipò alle preghiere col solito fervore facendo sentire la propria voce.
Poi volle alzarsi e, mentre suor Pia le rifaceva il letto, suor Ludovina l’aiutava a sorreggersi. A un tratto esclamò: “Le forze mi vengono meno”. Subito suor Pia accorse e a stento le due suore la sorressero per fare quei pochi passi dalla poltrona al letto. Nell’attimo di mettersi a letto, Florenzia si sconvolse in viso e, mentre le suore cercavano di farle prendere la posizione più giusta che la aiutasse a respirare, chiuse per sempre gli occhi. Erano le 21 precise del 22 febbraio 1956,, l’orario in cui, in quel periodo dell’anno, la comunità andava a riposare. Subito accorsero le suore che si inginocchiarono intorno al letto e pregavano e piangevano. Accorse anche don Traiano per l’ultima benedizione e anche lui si raccolse in preghiera.

3. L’omaggio a Florenzia

Ricomposta la salma, le suore, don Traiano e le orfanelle più grandi, che chiesero di poter restare, passarono la notte in veglia di preghiera alternando, fra le lacrime, le orazioni con la lettura della passione e morte del Signore. 

La cerimonia dell’olio per la luce dinnanzi alla tomba di Madre Florenzia nella Cappella della Casa generalizia.

Il corpo rimase esposto nella sua stessa camera per due giorni, fino alle 18 del giovedì, quando Florenzia fu deposta nella cassa dalle sue stesse figlie e portata in cappella dove la bara rimase aperta tra una profusione di fiori e ceri accesi. Le suore vegliarono per tre notti e quasi tre giorni. La Madre per tutti i tre giorni conservò l’aspetto di una persona viva, soavemente addormentata, senza la freddezza e il pallore della morte.
Moltissime furono le autorità religiose, i sacerdoti, che vennero a sostare in preghiera. Così anche le suore della zona e poi un via vai di vicini, di parenti delle ragazze assistite, di famiglie amiche e di persone sconosciute. Le suore posarono sul corpo della Madre medagliette dell’Immacolata e piccoli crocifissi per poterli poi conservare come ricordo della defunta. La bara rimase aperta fino alle 10,30 del venerdì 24 febbraio. Quando si chiuse la bara, gli uomini addetti alla saldatura, avevano tentato di stendere le braccia lungo il corpo, ma fu inutile perché per ben due volte le mani da sole si ricongiungevano nella posizione primitiva, cioè a stringere il crocifisso, la corona del rosario e la santa Regola che erano sul petto.
Il  corpo di Madre Florenzia Profilio ora riposa nella chiesa della Casa generalizia dell’Istituto a Roma in via delle Benedettine. Dal luglio del 1980 è iniziato il cammino verso il riconoscimento della sua santità ed il 14 aprile 2018 il Santo Padre ha firmato il decreto col riconoscimento delle virtù eroiche della Serva di Dio e l’attribuzione quindi del titolo di Venerabile..
                                                                                           (10.Fine)

Coronavirus, in Sicilia altri 300 casi. L'Isola seconda per nuovi positivi, preoccupa l'incidenza settimanale

Sono 300 i nuovi positivi al Coronavirus in Sicilia su 9.523 tamponi processati, con l'indice di positività che è sceso a 3,1% (ieri era schizzato al 6,9%). È quanto emerge dal bollettino del ministero della Salute. Ieri erano stati 404 i nuovi casi a fronte di 5.832 tamponi processati. 
La Sicilia, attualmente, ha la seconda incidenza settimanale più alta d'Italia, 48, e precede la Sardegna con 62. Dopo 4 giorni senza decessi, oggi c'è, purtroppo, una nuova vittima. Salgono i ricoveri, sia quelli ordinari (5) che quelli in terapia intensiva (1). I guariti sono 41 in 24 ore.

Appello a Musumeci per il pontile di Ginostra. L'articolo del nostro direttore sulla Gazzetta del sud del 19 luglio 2021

Lipari: Convocato consiglio comunale per approvazione DUP e Bilancio di previsione 2020/2022


Operatori ecologici Uil nel Comune di Lipari. Nuova assemblea sindacale il 22 luglio



La solitudine dei cultori della cultura (di Pietro Lo Cascio)

Dopo un lungo torpore pandemico e stagionale, in questo principio d’estate Lipari sembra essersi felicemente trasformata in un’instancabile fucina di eventi culturali. Un’affollata rassegna cinematografica che ci ha proposto anche argomenti coraggiosi, un festival dedicato al complesso tema del dialogo tra arte e letteratura, la presentazione di un libro rigoroso ma coinvolgente sulla preistoria dell’arcipelago, una mostra di arti figurative e plastiche nel suggestivo spazio del chiostro normanno, e infine l’avvio del consueto ciclo di pomeriggi letterari, si sono avvicendati riempiendo di continui appuntamenti il calendario.

Di questi, nulla dobbiamo all’amministrazione comunale, che ormai da una decina di anni concentra i propri sforzi in materia – mi si conceda la perifrasi – esclusivamente in occasione della ricorrenza patronale.

Le iniziative sopra citate si devono invece a singoli e ad associazioni, spesso in collaborazione con il Parco archeologico, a parte la presentazione del libro che è stata organizzata da quest’ultimo. C’è solo da essere orgogliosi del fatto che una piccola comunità, una piccola isola, si sappia fare carico delle latitanze amministrative e vi sopperisca con generosi sforzi, perché la cultura è un bene comune.

La cultura è un bene comune, ma le occasioni culturali purtroppo no. A giudicare dalla partecipazione, questi appuntamenti sembrano infatti essere divenuti espressione dell’appartenenza a questa o a quella fazione, una sorta di disfida a chi mobilita meglio e di più.

I ghibellini del pomeriggio letterario non presenziano alla mostra del guelfo, il guelfo non assiste alle proiezioni dei servi della gleba, questi si materializzano solo in occasione della propria rassegna e, infine, gli stranieri del festival non se li fila nessuno, tanto sono stranieri.

Lo sciovinismo culturale è triste quando divide un continente o un Paese. Diventa grottesco, a mio avviso, quando divide una piccola comunità dove fare cultura è faticoso, impegnativo, difficile, dove per farlo bisogna inventarsi di tutto. Lo sciovinismo culturale è l’anticamera di un processo molto più pericoloso, l’autoreferenzialità.

Il mio non è un giudizio ma, avendo partecipato a tutte le occasioni sopra ricordate, ha il mero valore di una constatazione. Alcune possono essermi piaciute di più, altre meno; tuttavia, ognuna ha certamente lasciato qualcosa, e mi sento di ringraziare chiunque si sia speso e abbia speso per portare uno spiffero di conoscenza, un momento di riflessione o di approfondimento, uno stimolo al confronto.

Di solito in queste disfide non vince nessuno, ma perdiamo tutti.

Pietro Lo Cascio

E' deceduto Fabrizio Taranto

Domenica 18 luglio 2021, è, prematuramente volato al Cielo,

FABRIZIO TARANTO

di anni 39

Ne danno il triste annuncio Sabrina con i figli Danilo e Lucia, i genitori, la sorella, i suoceri ed i familiari tutti.

I funerali si svolgeranno martedì 20 c.m., alle ore 10, nella Chiesa di San Lorenzo in Malfa.

I familiari ringraziano quanti si uniranno al loro dolore.

Le onoranze funebri sono a cura della ditta ALFA E OMEGA di Lipari

Le condoglianze qui postate saranno trasferite dalla ditta ALFA E OMEGA alla famiglia


In ricordo di Mimmo Marturano (di Caterina Conti)

Ecco un'altro amico che ci lascia. 
Carissimo Mimmo abbiamo fatto quasi tutto il percorso della vita insieme tra suoni di chitarra e cantate nell'Isola di Vulcano. Dagli inizi del turismo alle Eolie sino ad
adesso. 
Abbiamo avuto una vita bellissima e siamo stati fortunati nell'aver vissuto in uno dei posti più belli del mondo. 
Mancherai a tutti noi e mancherai all'Isola.
Io ti dico un arrivederci a presto.
Caterina Conti

Un mare di cinema. Oggi presentazione progetto editoriale: Tutte le donne della mia vita". Interverranno la Izzo e Tognazzi



Diciannove luglio 2018: Le Eolie sulla Gazzetta del sud con un articolo del nostro direttore


 

Rifiuti: Rizzo denuncia grave situazione igienico - sanitaria

Spett.li Loveral, Comando Vigili Lipari, Ufficio Igiene, Municipio, Presidente Consiglio Comunale Lipari

Oggetto: Condizioni igienico sanitarie – Pirrera

Il sottoscritto in qualità di Consigliere del Comune di Lipari, Isole Eolie, premesso che
 anche a mezzo social ho accertato la grave situazione igienico-sanitaria verificatasi in data 12/07/2021 nella Frazione di Pianogreca in Lipari, segnatamente nella zona di “Pirrera” e “Collo Pirrera”;
 montagne di rifiuti risultano non raccolte e ammucchiate nei cassonetti e in prossimità degli stessi; a fronte dell’esose tariffe versate, l’utenza soffre a cagione di un servizio pessimo,
si chiede Alla ditta in oggetto di intervenire con urgenza, stante la gravità della situazione narrata.

Si inoltra al Comando Vigili per gli accertamenti in loco; all’Ufficio Igiene per l’irrogazione della penale prevista ope legis in caso di inadempienza contrattuale;
Si trasmette per conoscenza al Presidente del Consiglio Comunale e per adempimenti di competenza.
Francesco Rizzo (consigliere comunale)

Buon Compleanno ad Annunziata Rizzo, Bartolina Mantineo, Veronica D'Amico, Carmelo Picciolo, Michela Spinnato, Anamaria Amie, Rosy Mollica, Lidia Natoli, Antonio Fichera, Sara Cesario, Irene Alaimo, Maria Giovenco, Bartolina Puglisi, Fatima Sabihi, Mirabito Cristoforo

Oggi è il 19 Luglio. Buongiorno con questa cartolina dalle Eolie

ALICUDI

I festeggiamenti per la Madonna di Porto Salvo del 18.7.21 nel video di Giuseppe Cincotta

domenica 18 luglio 2021

Covid-19: 404 nuovi contagi, tasso di positività record. Nessun decesso

La Sicilia supera per il secondo giorno consecutivo quota 400 casi: l'Isola si attesta a quota 404, ma ad allarmare è l'altissimo tasso di positività, che arriva al 6,9 per cento. In altre parole i casi sono più o meno lo stesso numero di ieri, quando erano stati 431, ma i tamponi sono molti di meno, 5.832: ieri l'incidenza era meno della metà, il 3,3 per cento. 
Non ci sono vittime, così come nei tre giorni precedenti

Museo della pomice e parco a Lipari. Musumeci indica le mosse della Regione. L'articolo del nostro direttore sulla Gazzetta del sud del 18 luglio 2021



 

Personaggi sotto il sole delle Eolie: Ricky Tognazzi/Simona Izzo e Andrea Zenga/Rosalinda Cannavò


La nostra cucina che bontà!!!

Tognazzi e la Izzo sono al ristorante E Pulera; Zenga e Cannavò al ristorante Sangre Rojo

Grazie assessore Samonà (di Fulvio Pellegrino)

Roberto Marturano, Alberto Samonà
e Fulvio Pellegrino
Il gruppo Lega Isole Eolie, ringrazia ancora una volta l'on. Le Assessore ai Beni Culturali della Regione Sicilia Alberto Samona', per la dedizione e l'attenzione continua verso le nostre isole, la nostra cultura e le nostre immense ricchezze archeologiche.
Siamo soddisfatti del suo impegno e delle sue idee e delle azioni future che porteranno alla valorizzazione dei beni culturali e archeologici nonché delle bellezze naturali e storiche.
Fulvio Pellegrino (Commissario Lega alle Eolie)

I ringraziamenti delle famiglie Coluccio e Lo Schiavo

Video dell'intervento del presidente del consiglio comunale Biviano durante l'incontro tra Musumeci e civico consesso

Pubblichiamo un'ampia parte dell'intervento del presidente del consiglio comunale di Lipari, Giacomo Biviano durante l'incontro tra Musumeci e civico consesso. 

Il video si interrompe in quanto non ci hanno più concesso di proseguire da parte dello staff di Musumeci. 

Probabilmente quando abbiamo ottenuto di entrare nella sala di rappresentanza non si è capito che, con il collega presente, intendevamo registrare tutto l'incontro. 

Buon Compleanno a Emma Favata, Mariagrazia Longo, Laura Pavarin, Carmen China, Silvio Merlino, Aicha Rossi, Matteo Ventrice, Filippo Galletta, Lilli Sciacchitano, Vincenza Greco, Aurora Bianchi, Gabry Mirabito, Gianluca Lo Schiavo, Edda Paino

LA PAROLA. Commento al Vangelo di domenica 18 luglio 2021

I ringraziamenti della famiglia della signora Giovannina Ziino nata Falanga

A Lipari si festeggia oggi la Madonna di Porto Salvo


Madonna di Porto Salvo è uno dei titoli con cui è venerata Maria, madre di Gesù, come protettrice dei marittimi. La Madonna di Porto Salvo viene festeggiata dai cattolici in alcune località costiere italiane, quali Lipari.
 È principalmente venerata nel Sud Italia

Oggi è il 18 Luglio. Buongiorno e buona domenica con questa cartolina dalle Eolie

Marina Corta (Lipari) Foto : Giancarlo D'Ambra

sabato 17 luglio 2021