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giovedì 14 giugno 2018

QUELLA DI FLORENZIA, UNA STORIA DA RACCONTARE di Michele Giacomantonio (Puntata 2 di 10)

2. Povertà e miseria, la scoperta di una differenza

Questo capitolo è illustrato con gli acquarelli di Armando Saltalamacchia. Fatti appositamente per il libro su Madre Florenzia.
La prima esperienza del dolore e della morte Giovanna l’incontra l’anno dopo, quando il fratello più piccolo, Ninuzzo, che era sempre malato, improvvisamente peggiora e muore. Aveva pregato tanto per questo bambino a cui si era affezionata e passava diverse ore con lui a parlargli e cantargli canzoncine e lui la guardava con il suo sguardo sempre un po’ triste, come se conoscesse la sua sorte. La morte di Ninuzzo era stata in parte compensata, qualche mese prima, dalla nascita di un’altra sorellina che avevano chiamato Maria. E poi trascorrono poco meno di due anni e nasce un nuovo fratellino a cui metteranno il nome di Antonino, che ha per diminutivo Ninuzzo, ma Giovanna e in famiglia lo chiameranno sempre Antonino per non ricordare il fratellino morto. Maria e Antonino crescevano robusti e in salute e così anche un’altra sorellina, Caterina, che arrivò poco più di due anni dopo la nascita di Antonino. Ora in famiglia erano sette fratelli, e quattro erano più piccoli di lei per cui aveva una bella responsabilità.
E fu anche per questo che, superata la terza media e dovendo frequentare la quarta, chiese e ottenne di non andare più a scuola.
“Sa leggere e fare di conto – commentò mamma Nunziata con papà Peppe –, perché obbligarla ad andare in una scuola che non ama. È meglio che frequenti un buon corso di taglio e cucito e aiuti in casa, dove lavoro ce n’è tanto e due mani in più ad aiutare non sono certo inutili”.
A Giovanna, Lipari non mancava. Si trovava bene nella quiete e nella tranquillità di Pirrera. Lipari voleva dire il frastuono di chi vanniava per le strade, i vicoli sempre sporchi e col rischio che, girando l’angolo, ti trovavi di fronte a un coatto ubriaco, le strade dove scorrazzavano bande di proietti, cioè di bambini senza famiglia a cui una volta – così raccontava la mamma – provvedeva in qualche modo il vescovo e, da quando c’era l’Unità d’Italia, non ci pensava più nessuno, e se ne andavano sporchi e seminudi in giro chiedendo l’elemosina.

 

Una volta aveva chiesto ad Assuntina se erano questi i poveri. Sì, le aveva risposto la sorella, ma esistono poveri che conducono la loro vita con dignità e decoro e altri, invece, che si abbandonano al degrado e all’abbrutimento. Allora la povertà diventa miseria.No, non era bello vivere a Lipari e, quando andavano a scuola, percorrevano le strade quasi di corsa da dove abitavano – n’tu strittu a Sena – per la via del Pozzo, via di Santo Pietro, u Timparozzu, che si chiamava via Garibaldi, e poi il vicolo Sant’Antonio dove, di fronte alla chiesetta, vi erano le aule. E, una volta finita la scuola, di nuovo a casa, sempre di corsa, dove la signora Bartolina - che la mamma aveva incaricato di pulire e ordinare le stanze e di cucinare per loro il pranzo e la cena - le stava aspettando.
No, Lipari non le mancava. Da quando non andava più a scuola, vi scendevano di tanto in tanto con mamma Nunziata per fare delle compere: un paio di scarpe, della stoffa per fare un vestito, le medicine per papà Peppe, che proprio in quegli anni aveva preso a star male con la sua artrosi e aveva bisogno di pomate e altri medicinali. Scendevano al mattino e risalivano dopo qualche ora e, se la roba da portare era molta, chiamavano mastru Vanni, che caricava l’asino e gliela faceva avere a casa.
Poi, a cominciare dal 1885, quando Giovanna aveva già 12 anni, papà era peggiorato e qualche volta lo accompagnava a Bagnomare, dove sulla spiaggia c’erano dei soffioni che facevano bene ai dolori e, per il malato, si scavava una fossa che subito si riempiva di acqua calda dove poteva sedersi, rilassarsi e godersi il caldo della fumarola. Là sulla spiaggia c’erano delle pietre piatte e Giovanna si divertiva a lanciarle in acqua, ed era divenuta così brava da farle rimbalzare più volte sulla superficie del mare, prima che affondassero. Era un gioco che si chiamava delle mignole magnole, ma lei non ne conosceva il significato perché nessuno era stato in grado di spiegarglielo.
Nell’isola per combattere i dolori c’era anche un altro luogo che dicevano prodigioso – i bagni di San Calogero –, ma erano abbastanza distanti da Pirrera e per curarsi bisognava fermarsi lì a dormire e mangiare per almeno una settimana o anche più. Papà c’era stato una o due volte, ma siccome bisognava pagare e le esigenze della famiglia erano tante, non lavorando e non potendo più viaggiare per vendere il vino, di soldi in casa ne entravano sempre meno.
Giovanna era ora una signorina e queste cose le capiva. Sapeva che la malattia del padre, che lo costringeva sempre più a lungo a letto e quasi non andava nemmeno più nei campi a zappare, a potare, a badare alle viti e agli alberi, voleva dire che stavano diventando poveri. Molte cose che una volta si compravano ora bisognava farne a meno. Ogni tanto andava col pensiero a quelle scene di miseria che aveva visto a Lipari: uomini ubriachi barcollare per i vicoli, bambini sporchi e seminudi chiedere l’elemosina. E si interrogava se anche loro sarebbero diventati così. Ma era un pensiero fugace e subito si diceva che loro avrebbero saputo vivere la povertà con dignità, come le aveva raccontato Angelina.
Il pensiero della povertà e della miseria le tornava spesso alla mente. Ormai giovanetta, intorno ai 15 anni, partecipava con le amiche alla pigiatura dell’uva, che era – insieme alla macina delle olive – uno dei momenti conviviali e festosi della vita in campagna. Le amiche parlavano di ragazzi, di vestiti, di feste in famiglia, di quelle già fatte e di altre che sarebbero venute, in cui contavano di divertirsi e di fare nuove conoscenze. Giovanna, da un po’ di tempo, non era gioviale e allegra come al suo solito, era un po’ distratta e non partecipava alle conversazioni. Le amiche se ne accorgevano e gliene chiedevano il motivo. “Non ti senti bene? Sei offesa con noi?”. Giovanna non poteva rispondere col silenzio, perché il suo atteggiamento sarebbe stato scambiato per superbia e così confidò alle amiche che quel tipo di vita, a cui pure aveva partecipato con slancio sino allora, non le bastava più, anzi la interessava sempre meno. Sentiva come un vuoto dentro che la spingeva a estraniarsi, a cercare il silenzio, a meditare.
“Non ti sarai per caso innamorata?”, le chiedono. Ma Giovanna taceva. “Dai confidati, chi è questo ragazzo? Qui ci conosciamo tutti…”. “Non c’è nessun ragazzo…”, sussurrò Giovanna. “Ci sono momenti in cui sento dentro di me invadermi una grande gioia e vorrei che questa gioia investisse tutti. Vorrei che tutti fossero felici. E vorrei fare qualcosa perché tutti lo fossero, soprattutto i vecchi, i poveri, i bambini. Ho letto e riletto il Vangelo, per molte ore sono rimasta in chiesa sola, dinanzi alla statua della Madonna, in silenzio, dimenticandomi persino di andare a casa ad aiutare la mamma a fare i servizi. E una volta la mamma è arrivata in chiesa molto arrabbiata. “Che preghi a fare – mi ha detto –, se poi trascuri i tuoi doveri? Te lo confessi questo?”. Io vorrei fare come ha fatto Gesù: andare in giro a parlare alla gente, consolare chi soffre, soccorrere chi ha bisogno… Ma com’è possibile?”.
Le amiche non sapevano che risponderle. Quei discorsi non li capivano, sembrava che Giovanna appartenesse a un altro mondo. E così, da quel giorno, non la stuzzicarono più. Anzi la guardavano con un nuovo senso di rispetto.
Un giorno che aveva messo a letto i fratellini più piccoli, Antonino e Caterina, che avevano 6 e 4 anni, e mentre gli altri erano nella stanza da letto dei genitori per fare compagnia a papà Peppe, scese le scale per andare nella stanza da pranzo a prendere un bicchiere d’acqua. Improvvisamente sentì la voce di mamma Nunziata. Stava pregando dinanzi all’immagine di sant’Antonio. Si arrestò indecisa nell’ombra. Non voleva disturbarla e non voleva nemmeno spiarla. Che fare. Rimase così indecisa e impacciata.
“Sant’Antonio – diceva la mamma – tu devi farmi una grazia. Peppe sta sempre male ed ha bisogno di cure. Oramai non lavora più. Qualcosa facciamo noi, io e le ragazze più grandi, ma siamo donne e non abbiamo la forza di un uomo. Tu devi prenderti cura della nostra famiglia. Non devi permettere che cadiamo nella miseria. Ed io ti prometto, sant’Antonio, che nessuno dei miei figli si sposerà. Rimarremo sempre uniti e vivremo nella tua devozione. Ti faccio questo voto sant’Antonio, ma proteggi la mia famiglia”.
Giovanna rimase turbata. Capì che la preoccupazione per la povertà non era solo sua, ma anche della mamma. Povera mamma, che grosso peso si portava appresso. Il dolore per la malattia di papà e il pensiero dei figli. In silenzio Giovanna risalì le scale senza fare rumore e andò nella stanza dei genitori, dove c’erano Angelina, Annunziata e Giuseppe e dove c’era il braciere con la carbonella per riscaldare perché, se pure era marzo, faceva ancora freddo, specialmente di sera.

3. La vocazione di Giovanna


Quella notte non riuscì a chiudere occhio. Aveva già 17 anni e si sentiva matura per compiere una scelta di vita. Da tempo andava riflettendo che la sua vocazione era quella di dedicarsi alla preghiera e di mettersi al servizio degli altri, i più poveri, i miserabili. Sempre le tornavano alla mente quei bambini sporchi, laceri, vocianti che correvano per le strade di Lipari; quegli uomini ubriachi che camminavano barcollando per i vicoli, dicendo cose incomprensibili. Da qualche tempo, a Lipari erano arrivate le Suore di Carità, che erano andate a stare nella casa vicina al Palazzo vescovile e si dedicavano alla scuola delle ragazze delle famiglie borghesi. La loro vita in comunità, fatta di preghiera e di lavoro, l’attirava, anche se pensava che erano altri, le ragazze e i bambini, di cui bisognava prendersi cura. Ma non c’erano solo le suore a Lipari. Conventi di suore ce n’erano anche a Milazzo e a Messina.
Ma come parlare ora alla mamma di questo proposito? Ora che l’aveva colta in un momento di preghiera, ma anche di forte preoccupazione. Ora che c’era tanto da fare in casa, che bisognava accudire al papà e ai fratellini più piccoli. Sapeva che cosa le avrebbe risposto. “La prima cura deve essere verso la propria famiglia”.
Così la mattina dopo era andata, come ogni mattina, in chiesa alla messa con Angelina e Nunziata e, dinanzi alla statua della Madonna, aveva fatto una promessa solenne.
“Madonna mia, io vorrei farmi suora, perché ho capito che questa è la mia vocazione. Ma oggi non posso lasciare la mia famiglia che ha già tanti problemi. Per questo mi impegno a vivere come se fossi una suora. Vivrò il mio tempo fra la casa e la chiesa; sarò riservata nei rapporti con gli altri; niente più feste in casa degli amici, niente serate spensierate dedicate ai canti ed alle danze. In casa mi occuperò dei fratellini più piccoli a cominciare da Caterina che ha solo 4 anni e di Antonino che ne ha 6; mi occuperò di papà Peppe, che ormai sta sempre più frequentemente a letto perché i dolori non lo lasciano più. Gli farò compagnia, lo aiuterò nelle sue esigenze, cercherò di liberare la mamma dalle mille incombenze. E questo per sempre, fino a che non mi daranno il permesso di farmi suora”.
Quando uscì dalla chiesa, la luce del mattino aveva già arrossato l’orizzonte, oltre il Monte Rosa, e il sole stava per spuntare dal mare. Giovanna si fermò a guardare lo spettacolo della natura, che sembrava destarsi dal sonno della notte, e sentì dentro di sé crescere un senso di pienezza e di gioia. Improvvisamente le vennero in mente i versi di un salmo che aveva ascoltato in chiesa qualche settimana prima: “Svegliati, mio cuore, svegliatevi, arpe e cetra, voglio svegliare l’aurora”. Ecco le sembrava che questa pace e questa gioia che sentiva dentro ora si comunicava a tutto il creato e sollecitava il sole a fare il suo corso, a lasciare il letto dell’orizzonte e a inondare di luce le campagne e poi, là in basso, Lipari col suo castello.
Si avviò, con le sorelle, verso casa per il solito viottolo salutando con un cenno chi incontravano per la strada: gli uomini che andavano al lavoro e le donne già indaffarate nei loro bagghi nelle faccende domestiche. Ogni tanto qualcuna di queste chiedeva loro come stesse il loro padre e a turno rispondevano: “Al solito, commare, al solito”.
Quando furono in vista della casa, Giovanna disse alle sorelle: “Stamattina ho promesso alla Madonna che mi farò suora e che questa è la mia vocazione. So che oggi non è possibile per i motivi che sappiamo, ma ho promesso che vivrò come una suora nella riservatezza, nella preghiera e facendomi carico dei lavori più umili e, soprattutto, prendendomi cura di papà. Vi chiedo di aiutarmi in questa mia decisione e, se volete, parlatene alla mamma”.
Le sorelle non risposero. Sapevano come era determinata Giovanna e, quando si metteva una cosa in testa, era impossibile farle cambiare parere. E poi rispettavano la sua decisione e non vedevano motivo per contraddirla. Sarebbe stata Angelina, che era la più grande, a parlarne alla mamma.
E così da quel giorno Giovanna visse la sua nuova vocazione, ma non voleva assolutamente diventare una “monaca di casa”, secondo la tradizione liparese, per cui molte ragazze vestivano l’abito religioso, ma rimanevano in casa al servizio dei genitori e della famiglia, guadagnando così una maggiore libertà nei movimenti. Giovanna non avrebbe vestito nessun abito speciale e sarebbe rimasta in casa solo per il tempo necessario a superare questa difficile congiuntura.
Passarono, così, altri cinque anni fino a quel drammatico Natale del 1895, quando papà Peppe non si alzò nemmeno dal letto perché gli mancavano le forze e i dolori gli maceravano le carni. Alla vigilia era venuto il medico a visitarlo e aveva scosso la testa lasciando capire che non ne aveva ancora per molto.
Era stato un triste Natale quello. La notte Giovanna e i fratelli erano andati a messa nella chiesetta di Pirrera. Ora era cappellano don Luigi Lombardo, che aveva cresimato Antonino ed era divenuto così suo compare. Don Luigi, qualche anno prima, aveva cominciato i lavori per ingrandire la chiesa, ma le opere andavano a rilento perché occorrevano parecchi fondi e la frazione era povera, soprattutto ora che era arrivato il male della vite, la fillossera, e uva e vino se ne producevano poco e niente.
La messa, quindi, si diceva ancora nella vecchia chiesetta, dove la gente faceva fatica a entrare. D’estate, gli uomini rimanevano sulla soglia, ma d’inverno faceva freddo e, quindi, tutti cercavano di farsi posto dentro non solo per ascoltare la funzione, ma anche per mettersi al riparo dalla pioggia e dal vento.
La mamma era rimasta a casa a vegliare papà Peppe. Sarebbe andata a messa l’indomani mattina, quando al capezzale del malato sarebbe rimasta Giovanna. Erano cinque anni che Giovanna praticamente non si muoveva dal letto del padre, e ora per dargli un bicchiere d’acqua, ora per accomodargli il cuscino e il materasso, e questo accadeva parecchie volte al giorno perché, stando sempre a letto, il poveretto sentiva il bisogno di cambiare posizione. E non era cosa facile, perché negli ultimi mesi si erano formate delle piaghe. Piaghe che rendevano più difficili i movimenti e andavano curate. Inoltre, spesso il padre diventava insofferente e la chiamava in continuazione e bisognava che fosse sempre pronta a esaudire le sue richieste. Nei primi tempi, la mamma non voleva che Giovanna si occupasse anche di tutte le incombenze che riguardavano il malato. Riteneva che dovesse essere lei sola a occuparsi del corpo del marito, di lavarlo, cambiarlo, medicarlo Ma un giorno la giovane reagì con una durezza che lasciò Nunziata sconcertata.
“Perdonami mamma, ma non sono più una ragazza. Si è deciso che rimanessi in casa per prendermi cura di papà ed intendo farlo sino in fondo. Se fossi una suora e dovessi accudire dei malati in ospedale, credi che qualcuno si farebbe questi scrupoli? Assolutamente no. Ed allora è inutile farseli in casa propria. Pensa a me come se fossi una suora che fa il suo lavoro di infermiera”.
Quella mattina di Natale, mentre la mamma era andata in chiesa e le sorelle ordinavano la casa e preparavano il pranzo, Giovanna ripensò a quegli anni trascorsi. Non era stato facile portare avanti questo compito che si era assegnato, perché spesso le sofferenze di papà Peppe erano strazianti. I suoi lamenti le arrivavano al cuore e al cervello. Vi erano momenti che sembrava non riuscisse a sopportarli e aveva come un moto di stizza che subito reprimeva, perché comprendeva che era una forma di autodifesa per non lasciarsi coinvolgere nella sua passione, una forma di egoismo, si diceva, e per la quale chiedeva perdono a Gesù e pregava la Madonna che le desse maggiore forza.
Quanto aveva pregato vicino a quel letto. Quante volte era rimasta in attesa di sentire la voce che le portasse conforto. Quante volte aveva chiesto alla Madonna che intercedesse per un miracolo, che suo padre tornasse in salute.
“Non te lo chiedo per me, Madonnina mia, io continuerò a fare questa vita magari vicino ad un altro malato, ad un altro sofferente. Te lo chiedo per lui, perché finisca questo strazio, questo calvario. Te lo chiedo per la mamma che è ogni giorno di più affranta ed angosciata. Te lo chiedo per i miei fratelli, che ormai da anni condividono questa passione che nei più piccoli ha cancellato la spensieratezza della fanciullezza”.
Ma la salute del padre era andata sempre peggiorando e Giovanna aveva pensato che questa fosse una grande prova, attraverso la quale tutta la famiglia doveva necessariamente passare.
Natale, quell’anno, era venuto di mercoledì e il giovedì, in quei tempi, c’era di nuovo scuola. Certo le condizioni di papà Peppe erano gravi, ma niente faceva pensare a una fine immediata. Così, il 26 mattino, Antonino, Maria e Caterina, erano scesi per andare a scuola e sarebbero risaliti a Pirrera, come al solito, il sabato pomeriggio. A casa con la mamma erano rimasti, intorno al capezzale del padre, Angelina, Annunziata, Giovanna e Giuseppe.
Ma proprio il 26 il malato entrò in agonia e la notte, fra il 26 e il 27, Giuseppe fu mandato di corsa a Lipari a prendere i fratelli, perché la famiglia fosse tutta riunita intorno al padre morente.
Peppe Profilio muore così a 64 anni, lasciando la famiglia affranta e con un avvenire nero di fronte.
Dopo che ebbero accompagnato il congiunto nella chiesetta di Pirrera, fu detta la messa e impartita la benedizione da parte di don Luigi. Il corpo venne sepolto nella tomba comune che si trovava nella stessa chiesa. La famiglia, quindi, si ritrovò nella stanza matrimoniale della casa, al primo piano, intorno al letto ormai vuoto, a piangere per la perdita e a pregare per l’anima del defunto.
Ma insieme alle preghiere di suffragio nelle menti di ognuno di loro, soprattutto di mamma Nunziata e dei fratelli più grandi, si affacciava insistente la domanda: “E adesso?”.
Ciascuno di loro sapeva che la famiglia in quegli anni di malattia aveva consumato tutto, che non solo non c’erano più risparmi e il magazzino era vuoto, ma non c’erano in casa nemmeno più oggetti di valore.
E come si chiuse quel triste 1895, così si aprì il 1896. Giornate sempre eguali: si lavorava la terra per quel poco che si poteva, si continuava a fare il pane con la farina che si riusciva a rimediare; si risparmiava su tutto sia sul mangiare, sia sul vestire.
Una sera di febbraio, finita la recita del rosario, mamma Nunziata dice ai figli che deve parlare loro seriamente.


“Ci sono rimasti – esordisce – solo gli occhi per piangere, ma il Signore non ci abbandonerà e quell’anima santa di vostro padre, che sicuramente è in cielo, pregherà per noi. Anch’io in queste settimane ho pregato e ho pensato molto, e ho preso una decisione che va bene per tutti. Voi sapete che ho un fratello in America, a New York, partito tanti anni fa, che ha fatto un po’ di fortuna e se la passa abbastanza bene. Ci siamo scritti ed è stato lui a propormi di partire, al più presto, tutti per gli Stati Uniti. Penserà lui alle pratiche e ai soldi del viaggio, come anche alla casa in America. Poi, con calma gli restituiremo tutto col nostro lavoro. Lì, se si lavora, si guadagna anche bene e lavoro ce n’è. Voi ragazze andrete in una grande sartoria, sapete tutte fare di taglio, cucito e ricamo e quindi non avrete problemi. Giuseppe andrà, invece, in un grande negozio che lì chiamano store. Antonino rimarrà qui perché deve terminare il seminario e deve farsi prete. Ne ho parlato al canonico Lombardo, che è suo padrino, a cui ho affidato i nostri beni. Li curerà dopo la nostra partenza e, con il loro rendimento, pagherà la retta di Antonino al seminario di Lipari”.
I figli avevano ascoltato tutti in silenzio e, terminato la mamma, nessuno parlò, perché le sue decisioni erano legge e non si discutevano. Improvvisamente, nel silenzio generale, Giovanna, che aveva compiuto ormai 22 anni, prende il coraggio a quattro mani e interviene.
“Mamma, voi sapete che da sempre io ho questo desiderio di farmi suora e voi mi avete sempre detto che non era il momento. Ed avevate ragione, perché con tutte le preoccupazioni che ci dava la malattia di papà non potevamo mettere un altro problema ed un altro carico sulla famiglia per pensare alla mia dote. Ma ora papà non c’è più e voi partite per l’America, mentre Nino rimane qui a finire il seminario. Perché non posso rimanere anch’io e farmi suora?”.
Mamma Nunziata è risoluta.
“La famiglia deve rimanere unita per superare questo difficile momento. Nino è ormai in seminario e sarebbe un peccato distoglierlo dalla sua strada. Noi, invece, dobbiamo lavorare per compensare lo zio dei soldi che ci anticipa e farci una posizione in questo nuovo paese ed aiutare da lì – se ce ne fosse bisogno – anche Nino. Non è questo il momento di pensare alla tua vocazione. Se è quello che vuole il Signore, la sua volontà si farà sentire anche in America. Ora pensiamo a fare tutte le cose per bene per organizzare questo viaggio, perché – ammesso che torneremo e io mi auguro di tornare – sicuramente lasceremo Lipari per molto tempo. Comunque, sia fatta sempre la volontà del Signore”.

4. Lipari addio o… forse, arrivederci


Un mese di preparativi e poi giunse il giorno della partenza. A mattina inoltrata, mamma Nunziata passò in rassegna le stanze con i materassi rialzati e ricoperti da un lenzuolo, perché non prendessero polvere e così anche i mobili. I loro bagagli – una vecchia valigia del padre e dei cesti di canne ricoperti da un telo – erano già sul bagghiu e attendevano che arrivasse l’uomo con l’asino per portarli a Lipari. Visto che tutto era in ordine, Nunziata, con gli occhi arrossati, chiuse le porte con la grossa chiave di ferro che ripose nella sua borsa e che avrebbe consegnato, come stabilito, al canonico Lombardo. Poi si rivolse ai figli.
“Diciamo insieme un’Ave Maria e affidiamoci alla Madonna che ci accompagni nel viaggio ed in questa nuova avventura in America. Non sappiamo se e quando torneremo. Io prego il Signore che mi dia la grazia di ritornare per morire qui dove è sepolto vostro padre. Ora, coraggio, ecco l’uomo che porterà i bagagli. Noi dobbiamo passare dalla chiesa per salutare il canonico e consegnargli le chiavi di casa”.
E così in fila, ciascuno con una borsa con le cose più intime e indispensabili, si misero in cammino. Avanti la mamma con i più piccoli, a chiudere la fila Giovanna che si guardava intorno osservando una primavera che cominciava a destarsi nell’aria e nei fiori. E in silenzio cominciò a recitare il rosario e, in particolare, i misteri della gioia perché le sembrava giusto che non dovessero rivolgere un saluto triste alla loro terra, ma un saluto gioioso carico di speranza e di fiducia nel Signore che li avrebbe assistiti nel viaggio.
Erano questi i pensieri che continuava a ripetere e a suggerire alle sue sorelle e ai parenti, che erano venuti alla Marina San Giovanni a salutarli in attesa di imbarcarsi. La Zelina, il piroscafo di linea della Società Siciliana di Navigazione a vapore, li avrebbe condotti a Milazzo e poi da lì il treno per Messina e Napoli e, quindi, la nave per New York.
Quando arrivò il piroscafo con i suoi due alberi e nel mezzo un’alta ciminiera sbuffante, si fermò al largo della penisoletta del Purgatorio e la famigliola salì, con i bagagli, sulla barca che li portò sottobordo e, quindi, attraverso una scaletta, sulla tolda. Era la prima volta che Giovanna lasciava Lipari e saliva a bordo di un vapore. Fino allora aveva viaggiato solo con la fantasia, inseguendo i racconti dei suoi viaggi che le faceva papà Peppe, quando era prima bambina e poi ragazzina. Ma i viaggi di suo papà erano spesso delle avventure perché, per raggiungere Napoli, dove commerciava il vino, il padre si serviva di piroscafi non di linea, senza nessuna comodità. Non che ora, nei viaggi di linea, le comodità fossero maggiori, e i posti di terza classe erano all’aperto, alla pioggia, al vento e spesso anche agli spruzzi delle onde, quando il mare era agitato. E, se si viaggiava sottovento, spesso il fumo della ciminiera rendeva il viaggio dei passeggeri ancora più tormentato. Ma erano meno di tre ore fra Lipari e Milazzo e il sacrificio era sopportabile. Inoltre, quello della partenza era un pomeriggio di una bella giornata di metà febbraio e il mare era calmo come una tavola; c’era solo un piccolo venticello che disperdeva il fumo del piroscafo.
Giovanna, appena a bordo, si affacciò a guardare la banchina dove vi erano ancora i parenti e gli amici che salutavano. Di fronte c’era la chiesa di San Giuseppe, la piazza, le mura del castello e, più a destra, sulla penisoletta, la chiesetta delle Anime del purgatorio. Cercava di imprimersi ogni particolare nella memoria, perché non sapeva se e quando avrebbe più rivisto quell’isola dove era nata e cresciuta e di cui conservava ricordi lieti e ricordi tristi e, comunque, gli unici ricordi della sua esistenza. Mentre guardava, il piroscafo levò le ancore e si mosse verso Vulcano e così si aprì la visuale della baia e, oltre al Monte Rosa, ora poteva vedere Pirrera con la sua chiesa e un gruppo di case. Non la loro perché era in fondo alla vallata e dal mare non si poteva scorgere, ma le case, che erano sul costone che scendeva verso Canneto, poteva contarle una per una. Così, più sotto, vedeva la chiesetta della Serra e le poche case che le si stringevano vicino e poteva indovinare il sentiero che portava a Bagnomare e da qui a Marina San Nicolò. Una strada che conosceva bene e aveva percorso mille volte. Ma già la nave si era lasciata Lipari alle spalle e puntava su Vulcano.
E Giovanna, lanciando un ultimo sguardo a Pirrera che ormai era solo un puntino, disse dentro di sé: “Lipari addio, o… forse, arrivederci”.
Impiegarono una giornata intera a raggiungere Napoli, viaggiando tutta la notte e poi la mattina e un pezzo di pomeriggio. Tutto era nuovo per Giovanna, come per suo fratello e le sue sorelle. Il ritmico rumore del treno che sferragliava sulle rotaie, le luci lungo la linea ferroviaria e nelle stazioni, le grida dei ferrovieri e dei venditori di panini e caffè, le gallerie dove il treno si immergeva sbuffando, gli alberi che correvano fuori dai finestrini, l’apparire e lo scomparire dei paesaggi, delle case, dei campi, del mare.
E poi la confusione di Napoli, della stazione, delle strade, ma soprattutto del porto, dove dovettero aspettare che si sbrigassero le pratiche per potersi imbarcare. Passarono alcune ore seduti con i loro bagagli, mentre la mamma, accompagnata dal fratello Giuseppe, andava a far timbrare i biglietti e vistare i documenti. Biglietti di terza classe, perché non potevano permettersi nessun lusso e sapevano già che sarebbe stato un viaggio duro e anche pericoloso.
Pericoloso per le tempeste che nell’oceano potevano sopraffare la nave, come pure era già successo e, infatti, di storie se ne raccontavano tante là sulla banchina con gli emigranti, raggruppati a nuclei familiari con le loro valigie e le loro ceste, che contenevano le poche cose che si erano portate dietro e anche le uniche che rappresentavano tutta la loro ricchezza.
Vicino alle ragazze Profilio, che aspettavano la mamma e il fratello, c’era una famiglia calabrese con tre bambini, due femminucce e un maschietto, che con la schiettezza dei bimbi avevano fatto subito amicizia soprattutto con Giovanna.
– Di dove siete? chiese la bimba più grande che poteva avere 9 anni e si chiamava Maria.
– Di Lipari, un’isola vicino a Messina in Sicilia – le rispose Giovanna –, e tu?
– Di Rosarno e andiamo a New York. Mio padre fa il falegname e dice che in America si fa fortuna e così diventiamo ricchi.
– E tu sai che vuol dire diventare ricchi?
– Non avere più preoccupazioni per il mangiare e il vestire – rispose la bambina –. A Rosarno c’erano giornate che facevamo la fame e Ciccio, il mio fratello più piccolo, si è ammalato. Ha sempre la tosse e il dottore dice che dovrebbe mangiare carne, ma noi non abbiamo i soldi per comprarla.
– Maria, non disturbare le signorine – la riprese la madre, una donna vestita di nero, che doveva essere ancora giovane, ma già appariva segnata dagli stenti. E poi, rivolta alle ragazze –, scusatela, ma ha sempre voglia di fare nuove conoscenze e di imparare cose nuove. A scuola il maestro diceva che è brava e sarebbe un peccato se non potesse studiare. Ma far studiare i figli costa soldi e noi non abbiamo nemmeno il sufficiente per mangiare. Speriamo che veramente a New York si possa trovare lavoro e vivere più sereni.
Il grande spiazzo nel porto, dove gli emigranti attendevano che arrivassero i permessi e l’ordine di poter salire a bordo, era tutto un incrociarsi di racconti di vite difficili e di speranze in mille dialetti per lo più tutti meridionali, perché a Napoli affluivano da tutte le regioni del Meridione, mentre da Genova partivano gli emigranti del Nord Italia.
Giovanna osservava tutto e cercava di applicare a quella massa di gente la distinzione che aveva appreso a Lipari fra la miseria e la povertà. Dava per scontato che loro fossero poveri e si chiedeva se la famiglia di Maria appartenesse alla miseria. Ma volgendo gli occhi intorno, notava che erano tanti i gruppi che sembravano stare peggio. Non c’erano solo famiglie con bambini, c’erano anche gruppi di soli uomini con facce che le sembravano poco raccomandabili, e c’erano anche uomini e donne che se ne stavano in disparte, per proprio conto, e non familiarizzavano con nessuno. Quanti erano in quello spiazzo gli emigranti che aspettavano? Un migliaio… Forse anche di più… E sarebbero partiti tutti con la loro nave. Certo, quella che si vedeva attraccata alla banchina era una nave grande di ferro. Ma li avrebbe contenuti tutti?
Dopo qualche ora, arrivarono la mamma e Giuseppe e dissero che tutto era a posto. Ancora qualche ora e li avrebbero fatti salire a bordo. La nave era grande, ma i passeggeri erano molti e qualcuno sussurrava che erano molto di più di quanti avrebbero potuto imbarcarne. Ma i controlli alla partenza erano relativi. Se avevi i documenti in regola per l’espatrio e pagavi il prezzo del biglietto, non ti chiedevano nient’altro e, ancora meno, le autorità chiedevano agli armatori delle navi.

                                    (Seconda puntata. Continua )
Per chi volesse leggere la 1° puntata questo è il link https://eolienews.blogspot.com/2018/06/quella-di-florenzia-una-storia-da.html

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