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mercoledì 13 luglio 2011

Michele Giacomantonio. Presentazione del libro "Recitazione della controversia liparitana"

Una banale vicenda della vendita di una partita di ceci diventa una questione internazionale,  se ne occupano re e papi oltre a vescovi, viceré, magistrati, giurati ecc. Ad un certo punto esplode persino uno scontro durissimo che crea, in tutta la Sicilia, sofferenze, disagi ed anche qualche morto. Gli apparati dello Stato, che è il Regno di Sicilia, governato da un viceré, operano con gli strumenti del carcere e dell’espulsione, quelli religiosi con la scomunica e l’interdetto che erano, ancora all’inizio del settecento, in una società non secolarizzata, armi abbastanza micidiali perché condannavano, chi era colpito dalla scomunica, alla marginalità sociale e le comunità investite dall’interdetto, a vedersi impedite o ridotte  funzioni importanti dell’esistenza come i battesimi, i matrimoni, i funerali e soprattutto il seppellimento in terra consacrata quali erano allora tutti i cimiteri.

Certamente la vendita di una partita di ceci  -fosse o non fosse  libera da balzelli e da diritti di mostra, lo sapessero o no i catapani cioè i vigili annonari dell’epoca che questi ceci appartenevano alla mensa vescovile e, una volta saputolo, decisero o meno di restituirli al commerciante – questa vendita non avrebbe potuto scatenare un simile putiferio se dietro di essa non si mascherasse qualcos’altro. E cosa? Da una parte la Legazia apostolica che faceva del re di Sicilia un “legato per nascita” del Papa col diritto di nominare i vescovi e anche decidere in seconda istanza su materie di competenza dei tribunali ecclesiastici; dall’altra l’eccezionale privilegio della Diocesi di Lipari che, grazie ad un’altra bolla di Urbano II, doveva essere ritenuta fuori dalla Legazia perché direttamente soggetta alla S. Sede. Ecco il nodo: il papa voleva far saltare la Legazia che interferiva fortemente nell’esercizio della sua autorità religiosa e per questo aveva nominato un vescovo, il Tedeschi, che doveva trovare l’occasione buona per fare esplodere il caso e quindi, collegandosi con altri vescovi della Sicilia – e specie con quelli di Catania, Girgenti e Marsala che erano i più sensibili alle esigenze della S. Sede – denunciare l’istituto della Legazia;  dall’altra il re, il viceré, il Tribunale della Monarchia, i magistrati locali che, oltre a difendere la Legazia, non volevano riconoscere lo statuto speciale della Diocesi di Lipari e la ritenevano simile alle altre della Sicilia e quindi sottomessa alle regole della Legazia.

La controversia durò otto anni dal 22 gennaio 1711 al 2 settembre del 1719 quando proprio Clemente XI tolse l’interdetto che aveva colpito la diocesi di Lipari. Di fatto si trattò di un necessario compromesso fra la Santa Sede e il Governo di Palermo di fronte ad una situazione ogni giorno più insostenibile anche se, per molti aspetti, e così lo interpreta Sciascia nella sua Recitazione, apparve come la capitolazione dello Stato di fronte al potere della Chiesa. Di più, sempre secondo Sciascia, questo compromesso rappresentò la sconfitta di quella sorta di pool riformista-illuminato, che lo scrittore di Regalmuto definisce come l’emblema di una nuova classe dirigente quale la Sicilia non aveva mai avuto e non avrà fino ai nostri giorni. Una classe dirigente dispersa dalla “restaurazione” del 1719 cioè dal compromesso Chiesa-Stato. Una classe dirigente che lo stesso Sciascia indica in alcuni personaggi quale Giacomo Longo, giudice del Tribunale della Monarchia, Francesco Ingastone, giudice della Gran Corte, Ignazio Perlongo, avvocato del Tribunale del Real Patrimonio, e persino il capo della polizia Matteo del Vecchio che si distinse per assenza di scrupoli e per ferocia guadagnandosi, a compromesso concluso, una schioppettata ed il cadavere gettato in fondo ad un pozzo secco.

Lo speciale statuto della Diocesi di Lipari, invece, si esaurì nel 1749 quando il re Carlo III di Borbone riconobbe la competenza del Tribunale della Monarchia per un ricorso contro il Vescovo di Lipari e non si ebbero reazione alcuna né da parte del Vaticano, né della Diocesi.

La Legazia apostolica invece, pur ridimensionata dalla c.d. “concordia benedettina” voluta da Benedetto XIII con una bolla del 1728, si trascinerà sino al 13 maggio 1871 quando lo Stato italiano la abolì con la legge delle Guarentigie.
E’ interessante notare che persino il massone Garibaldi divenuto dittatore di Sicilia col beneplacito di Vittorio Emanuele, si presentò nella Cattedrale di Palermo con gli abiti e l’autorità di Legato pontificio e venne accolto dai canonici all’ingresso della chiesa e accompagnato al trono reale che era posto di fronte a quello episcopale ma in posizione più elevata perché il legato rappresentava il papa.

Leonardo Sciascia nel 1969 scrive, ne abbiamo già fatto cenno, sulla vicenda della controversia una Recitazione e la dedica ad Alexader Dubcek presidente della sfortunata primavera di Praga schiacciata dai carri armati sovietici. Qual’ è la tesi di Sciascia? Le ragioni del potere e della forza se pure hanno la meglio in un frangente storico grazie alla preponderanza dei mezzi e della violenza, non l’avranno però nel lungo periodo. Nel lungo periodo, le ragioni degli uomini che sostengono la speranza ed hanno mantenuto la schiena ritta finiranno coll’evidenziarsi ed anche col fruttificare.

Ma se la contrapposizione fra la primavera di Dubcek e il potere sovietico è chiara e netta e non si fatica a individuare da che parte stanno le ragioni della speranza ed a distinguerle da quelle della repressione, qual è la contrapposizione che emerge nella controversia liparitana? Chi rappresenterebbe  la speranza? Lo stato di Sicilia di Vittorio Amedeo II di Savoia ( succeduto agli spagnoli e poi di nuovo sostituito prima dagli austriaci e ancora dagli spagnoli poi)? Nemmeno Sciascia sostiene questo. Sciascia vede la speranza in quel pugno di uomini che a suo dire rappresentò una nuova classe dirigente, “uomini che credevano in Dio, ma propugnavano il diritto dello Stato”, una sorta di precursori delle idee di quel cattolicesimo affermatosi col Vaticano II e cioè proprio negli anni in cui Sciascia scriveva la Rappresentazione. Ma pur volendo riconoscere questo spessore culturale e profetico al messinese Giacomo Longo, è difficile dire che valga lo stesso per Perlongo e Ingastone, e tantomeno per Matteo del Vecchio che Sciascia addirittura vuole accostare alla Emily di William Faulkner a cui lo scrittore americano dedicò una rosa perché ebbe la forza, per amore, di dormire per anni nel letto accanto al cadavere dell’amato. Sciascia depone idealmente una rosa sul pozzo secco dove fu gettato il Del Vecchio perché qui – a suo dire -  il cadavere di questi dormì a fianco al cadavere dello Stato.

In realtà lo scontro del XVIII secolo che ci tramanda la Controversia non è uno scontro fra speranza e reazione codina, ma fra due tipi di potere che avevano tracimato entrambi su ambiti che esorbitavano dalla loro competenza. E così lo Stato pretendeva di impicciarsi –come abbiamo detto - nel governo della Chiesa, mentre la Chiesa rivendicava a sé competenze nel campo della giurisdizione soprattutto nei casi di materia cosiddetta mista e cioè quando i delitti riguardavano il clero e i beni ecclesiastici o investivano tematiche di ordine morale come gli adulteri, il concubinato ma anche i delitti sessuali. Si era cioè di fronte a due poteri che tendevano a trasbordare oltre i loro ambiti giacchè la pervasività è proprio del potere.

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