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domenica 19 luglio 2015

Premesse all'imminente rubrica "100° Anniversario Grande Guerra - I caduti eoliani ". Oggi: L'Italia entra in guerra (di Peppe Cirino)

Caro Direttore,
La scorsa settimana, nel sunto delle cause che portarono l’Europa al primo conflitto mondiale, ho fatto cenno (nelle conclusioni), sulla posizione assunta dalla nostra nazione all’indomani del 28 Luglio 1914 (scoppio della prima guerra mondiale).
L’Italia in un primo momento, scelse per una serie di motivazione la neutralità, e la più importante di queste era sicuramente costituita dall’inadeguatezza del nostro apparato militare, rispetto alle nazioni della “Triplice Alleanza”  al quale ci vincolava l’accordo siglato con la Germania e l’Austria il 20 maggio 1882.
L’Esperienza del conflitto Italo Turco del 1911, aveva messo a nudo i punti deboli del nostro esercito e il forte divario in termini di mezzi ed uomini. Anche tatticamente la strategia adottata dai nostri comandi, era al quanto arretrata e si ispirava soprattutto alle precedenti esperienze delle battaglie garibaldine e risorgimentali.
La paura, per il Re e per il Primo Ministro Salandra, era soprattutto quella che l’Italia venisse trattata nelle future spartizioni territoriali come uno stato minore e perciò di dovere rinunziare definitivamente al riscatto delle terre irredente ( Trentino – Trieste –  Gorizia – Istria – Dalmazia).
Nei mesi che precedettero il conflitto, la nazione si dividerà principalmente in due schieramenti: Non Interventisti o neutralisti, ovvero coloro i quali erano contrari ad un’entrata in guerra sia a favore di una o dell’altra parte ed Interventisti, che speravano fervidamente in un’entrata in guerra da parte dell’Italia a fianco delle Nazioni Alleate.
Gran parte del governo italiano a partire da Giovanni Giolitti (ex presidente del Consiglio dei ministri ed artefice del conflitto Italo-Turco), si era schierata sul fronte neutralista, teoria questa, sposata anche in una prima ora da  socialisti  tra cui spiccavano i nomi degli onorevoli Bonomi e Leonida Bissolati. Sempre in questa parte dello schieramento si inserì Benito Mussolini (direttore dell’Avanti), che comunque prese parte al conflitto, come bersagliere (rimanendo gravemente ferito sul Monte Nero) e cambiando le sue idee da non interventiste ad interventiste.
Gli interventisti, che rappresentarono inizialmente una minoranza della volontà della nazione, seppero pero agire in modo più diretto sulle masse, con un’attiva campagna di propaganda che traeva il suo spunto principale dal diffuso sentimento anti-austriaco e sull'idea che la supremazia Tedesca nel continente europeo, avrebbe fiaccato le aspirazioni della modesta Italia. Il fronte interventista raccoglieva comunque le diverse forze politiche, alimentando oltre modo lo spirito nazionalista  e soprattutto la componente neo-risorgimentale e irredentista, che trovò uno dei maggiori punti di forza in Cesare Battisti (irredento trentino), il quale  vedeva  nel conflitto una quarta Guerra d’indipendenza, necessaria per arrivare ad un completo riscatto nazionale. Tale teoria fu sposata  dai Antonio Salandra e Sidney Sonnino, (anche se in modo più moderato). Ma sicuramente la cassa di risonanza capace di ribaltare il giudizio delle masse, fu rappresentata da Gabriele D’Annunzio, acceso e fervido propagandista pro conflitto. Saranno proprio i suoi di scorsi (celebre quello di Quarto del maggio 1915) che  trascinarono la nazione verso la fatidica data del 24 maggio 1915.


L’ITALIA ENTRA IN GUERRA
Dopo avere trattato sia con la Triplice che con gli Alleati, il 26 aprile 1915, il governo Salandra si decise a firmare il Patto di Londra che, in cambio di un'entrata in guerra entro un mese, accordava all'Italia in caso di vittoria il Trentino, il Tirolo fino al Brennero , la Venezia Giulia, l'intera Penisola istriana (con l'esclusione di Fiume), una parte della Dalmazia, numerose isole dell’Adriatico l'arcipelago del Dodecaneso, la base di Valona in Albania e il bacino carbonifero di Adalia in Turchia. L'opposizione insorse, chiedendo le dimissioni del governo Salandra, ma fu di fatto sconfitta dal Vittorio Emanuele III, che affidò nuovamente l'incarico di governo ad Antonio Salandra, approvando così il Patto di Londra e l'intervento militare. Lo statista Francesco Saverio Nitti, definì l’entrata in guerra come un  vero e proprio colpo di stato, deciso solo dal Re e da Salandra.
L'interventismo così scelse la via della piazza, mentre il fronte neutralista si disgregava ed il Parlamento si trovò di fronte ad una guerra già dichiarata nei fatti, a favore di un intervento ratificato il 20 maggio e dichiarato il 24.
               Le trattative ed il patto di Londra rimasero così segreti, che secondo alcune indiscrezioni, il capo di stato maggio gen. Luigi Cadorna (a cui venne affidato il comando supremo), ne fu informato solo casualmente, da un ufficiale di collegamento italiano presso in servizio presso la sede del consolato in Francia.
               La mancanza di comunicazione tra l’esercito e il governo, fece si che i preparativi partissero con forte ritardo, tanto è che la completa mobilitazione, avvenne solo tra la fine del 1915 e l’inizio del 1916.
Gen. Luigi Cadorna

Confini Italiani prima e dopo l’entrata in guerra

LA COMPOSIZIONE DELL’ESERCITO ITALIANO NEL 1914
Già all’indomani del conflitto in Cirenaica e Tripolitania, l’allora capo di stato maggiore gen. Carlo Caneva, aveva pensato e progettato una profonda ristrutturazione dell’esercito, in vista di un possibile ed imminente conflitto, cosà peraltro già fatta da altri stati. Il piano di Caneva, sposato anche dal suo successore gen. Luigi Cadorna , prevedeva la formazione di un esercito formato da tre componenti:
       Esercito permanente o effettivo composto da giovani chiamati ad una leva di 2 anni;
       Milizia Mobile composta da uomini in congedo ma ancora nel pieno vigore fisico;
       Milizia Territoriale, composta da uomini più anziani ma in pieno vigore fisico, con impiego in caso di guerra in ruoli interni, scorta, rifornimenti, sorveglianza ecc.
Nel 1914 l’Esercito Contava 275.000 di cui 14.000 erano ufficiali
-  In caso di guerra, la chiamata della milizia mobile e milizia territoriale unitamente all’esercito permanente avrebbe garantito un numero di uomini pari ad 1.335.000
“La Grande Guerra”, chiamerà in tutto alle armi  5.903.000  italiani su una popolazione maschile di 12.133.460,  compresa tra le classi 1874 e 1999.

APPROFONDIMENTO

La violazione da parte dell’Italia del patto della “Triplice Alleanza”, fu considerato dall’Austria e dalla Germania, come un vero e proprio tradimento, al punto che nel Giugno del 1916 l’Impero Austroungarico (che fino a quel momento aveva mantenuto un atteggiamento difensivo), organizzò contro la nostra nazione nei territori del Trentino, una massiccia operazione militare che passò alla storia come “Strafexpedition” (Spedizione Punitiva).
L’Italia da parte sua non vedeva la cosa allo stesso modo, considerando il trattato del 1882 un patto difensivo, e visto che era stata l’Austria a dichiarare guerra alla Serbia, si sentiva sciolta dagli impegni assunti.
In realtà, già da molti anni il patto della Triplice Alleanza era considerato dai due stati un semplice documento formale, tant’è che nel 1908 in occasione del “Terremoto di Messina” , essendo il grosso dell’Esercito Italiano, impegnato nel portare aiuti alle popolazioni colpite dal sisma, il generale Austriaco Franz Conrad von Hötzendorf, aveva consigliato al proprio Imperatore Francesco Giuseppe di trarre vantaggio da tale situazione, attaccando la nostra nazione sul confine Est, allo scopo di guadagnare i territori del Veneto e del Trentino in possesso dell’Italia.

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