COMUNICATO STAMPA
Dissalatore sulla spiaggia di Filicudi:
un oltraggio al Patrimonio UNESCO e al buon senso
Il progetto per la realizzazione di un impianto di
dissalazione dell’acqua marina nell’isola di Filicudi, pur apparentemente
provvisto di autorizzazioni, contiene innumerevoli vizi di forma e di
procedura, che sono stati elencati nella relazione tecnica redatta dalla
dottoressa in pianificazione territoriale Laura Mannino, inviata il 18 maggio
2026 alla Commissione Tecnico-Scientifica (CTS) della Regione Siciliana.
Plurime lacune, mancanze di approfondimenti tecnici, criticità sostanziali e
istruttorie sono state evidenziate: dall’assenza di informazione ai proprietari
dei terreni direttamente interessati e dalla mancata quantificazione dei
possibili effetti negativi, alle carenze relative la localizzazione e il suo
profilo urbanistico, la Valutazione di Incidenza Ambientale, gli impatti su
habitat e specie protette, fino alla mancanza di alternative progettuali o della
cosiddetta “alternativa zero” di non intervento. La documentazione del progetto
non presenta, infatti, una adeguata analisi comparativa di soluzioni
alternative meno impattanti, come richiesto dalle procedure di valutazione
ambientale e dalle linee guida del settore.
La localizzazione del dissalatore sulla spiaggia di Filicudi
Porto, già oggetto di molteplici proteste, parte dal presupposto erroneo che l’ubicazione
scelta ricada su una “zona incolta”. Il progetto infatti non fa neanche menzione
delle abitazioni esistenti a pochi metri dall’impianto industriale che dovrebbe
sorgere. Proprio per tale omissione, un team di avvocati è stato incaricato di
tutelare i diritti dei residenti nelle sedi opportune. Mentre le associazioni a
tutela dell’ambiente e dei beni culturali sono state adeguatamente informate
delle numerose criticità del progetto.
In realtà, l’area circostante a quella individuata per il
dissalatore è sempre stata di grande interesse storico, agricolo e
paesaggistico, trovandosi proprio a ridosso di un contesto di acclarata stratificazione
archeologica connessa con il complesso di Capo Graziano, sito di rilievo
internazionale per la cultura eoliana dell’Età del Bronzo. L’ubicazione
prescelta è stata punto di antropizzazione anche nei secoli più recenti, come
testimoniano le immagini del volume Filicuri
del 1895 di Ludwig Salvator Arciduca d’Austria. Infatti, anche durante l’Ottocento
proprio quel punto della baia di Capo Graziano ospitava uno scalo d’alaggio per
le imbarcazioni, mentre la zona circostante era terrazzata e coltivata a
vigneti, cappereti e frutteti. Anche al giorno d’oggi l’ubicazione prescelta è particolarmente
apprezzata dalla comunità isolana, in quanto punto di balneazione privilegiato
per il suo facile accesso. Non è dunque comprensibile la scelta unilaterale del
Comune di Lipari di questa ubicazione per un impianto industriale che potrebbe
invece essere collocato in un’altra area dell’isola, per esempio quella che
ospita la centrale elettrica e l’eliporto, zona già compromessa a livello
paesaggistico e acustico.
Inoltre, il progetto presentato genera molte criticità a
livello di impatto ambientale e non indica soluzioni tecniche scientificamente
approfondite per poter risolvere le problematiche che creerebbe. In
particolare, il progetto manifesta carenze a livello di incidenza sull’habitat prioritario
1120 “Praterie di Posidonia oceanica” e sull’habitat 1170 “Scogliere”, nonché l’assenza
assoluta della valutazione di stabilità dell’ecosistema e degli impatti su
specie protette associate come il Tursiops
truncatus classificato vulnerabile tra i cetacei mediterranei.
La dottoressa Laura Mannino, nella sua relazione dettagliata,
ricorda che «la Direttiva Habitat richiede espressamente la valutazione degli
effetti combinati del progetto con altri piani o interventi approvati o in
corso di approvazione al fine di raggiungere un livello di certezza scientifica
tale da escludere il pregiudizio per l’integrità della Rete Natura 2000».
Questo punto risulta tanto più rilevante in quanto il Comune di Lipari ha
contemporaneamente approvato altri impianti di dissalazione nel medesimo
contesto ecosistemico, nelle isole di Alicudi, Panarea e Stromboli, senza una
quantificazione degli impatti cumulativi nel medio-lungo periodo.
Inoltre, non è stata valutata l’incidenza chimico-fisica
dello scarico della salamoia sui reperti archeologici sommersi dell’area
subacquea di Capo Graziano e in prossimità del cosiddetto “relitto delle
macine”, con riferimento agli effetti di alterazione della salinità, della
torbidità e della sedimentazione sui materiali ceramici, lapidei e lignei
eventualmente presenti, né è stato definito un protocollo di tutela. La mancata
o insufficiente valutazione preventiva delle interferenze sul patrimonio
archeologico appare non coerente con i principi sanciti dalla Convenzione europea per la protezione del
patrimonio archeologico. In particolare, il progetto presenta l’omissione
di saggi preventivi nell’area di terra e di indagini archeologiche subacquee,
nell’area protetta di Capo Graziano, abbastanza approfondite da escludere il
pericolo di distruzione di eventuali reperti archeologici non ancora scoperti.
Il progetto presenta una inadeguata considerazione del
contesto UNESCO “Isole Eolie” e dell’impatto paesaggistico del manufatto
industriale e delle sue opere annesse, non necessariamente in linea con lo
stile architettonico tradizionale eoliano. Per esempio, non è stato considerato
l’impatto visivo e l’effetto riflettente dei pannelli solari dai diversi coni
visuali, da terra e da mare, comprese le abitazioni limitrofe. Il disturbo
visivo continuativo e l’alterazione percettiva del paesaggio sono in netto
contrasto con i principi di compatibilità paesaggistica imposti dal regime
UNESCO.
Infine, non sono stati neanche valutati gli effetti dell’intervento
sulla qualità delle acque di balneazione, in corrispondenza dello scarico della
salamoia e dei residui chimici derivanti dai trattamenti di antincrostazione e
disinfezione dell’impianto. L’economia di Filicudi si basa prevalentemente su
un turismo che è attratto sull’isola dalla natura dei luoghi, dalla possibilità
di fruire di un mare incontaminato e di godere di un ambiente sonoro e luminoso
naturale. La prevista localizzazione del dissalatore sulla spiaggia di Filicudi
Porto potrebbe compromettere del tutto, con gravi ricadute economiche, la
qualità delle acque del mare nell’unico tratto di costa facilmente fruibile e
accessibile, soprattutto per quei turisti che sono privi di mezzi nautici da
diporto. A questo aspetto si aggiungono l’inquinamento acustico e vibrazionale
legato al funzionamento delle pompe del dissalatore, l’inquinamento visivo per
la presenza di una installazione industriale e l’abbagliamento derivante dai
pannelli fotovoltaici previsti dal progetto.
Una valutazione critica sull’opportunità di dotare l’isola
di un impianto di dissalazione dell’acqua marina, a discapito delle ricchezze
naturali e culturali già esistenti, sarebbe necessaria per approfondire il
rapporto costi benefici di quest’opera definita di pubblica utilità, ma che nei
fatti potenzialmente nega il godimento collettivo dell’ambiente costiero e
naturale, danneggia l’economia locale e incide sui diritti di proprietà
privata. Appare quindi urgente considerare seriamente l’ipotesi di individuare
un’area di minore impatto visivo e acustico tale da non incidere sulla
fruibilità dei residenti e dei turisti. Considerate tutte le criticità emerse,
si auspica la riapertura dell’istruttoria con la revisione sostanziale degli
atti e la rivalutazione di alternative progettuali e di localizzazione,
compresa la possibilità di “alternativa zero” e revoca del progetto.
Movimento contro il Dissalatore sulla Spiaggia di Filicudi
(MoDiSFi)
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