(di Giuseppe Biancheri) Qualche giorno fa, durante una breve vacanza con la mia famiglia e con dei cari amici, mi sono ritrovato ad osservare i nostri figli. Li guardavo giocare e divertirsi spensierati con cose semplici, come dei piccoli sassolini (cosa già di per sé incredibile nell’era degli smartphone e dei tablet). Mi ritrovo alla soglia dei 40 anni e, in momenti come questo, mi pervade un senso di profonda gioia misto però ad una cupa inquietudine, uno smarrimento silenzioso pensando al futuro che stiamo lasciando in eredità a questi bambini.
Una sensazione che deriva dall’avere quotidianamente di fronte un panorama politico che, anziché essere diretto a migliorare le nostre vite, sembra sempre più caratterizzato da litigi e scontri spesso anche con toni disdicevoli e che mi spinge a fare una riflessione. Ultimamente penso spesso di vendere tutto, di lasciare ciò che i miei nonni e i miei genitori hanno creato con tanta fatica e sudore per andare via da qui e magari poter garantire a mia figlia un futuro migliore altrove.
Sono un cittadino, imprenditore, marito e padre di famiglia che ha da sempre scelto di restare e di investire nella propria terra. Scrivo da profondo appassionato della vita politica del nostro paese che, nell’osservare ciò che sta accadendo alle nostre isole, sente l’urgenza di un cambiamento radicale e permanente.
Viviamo tempi storici complessi. Guardando all’ Italia e al mondo, assistiamo ad uno scenario dominato da conflitti e da divisioni profonde; un palcoscenico globale dove molti leader sembrano aver smarrito il lume della ragione, ma le cui azioni estreme celano in realtà freddi e calcolati obiettivi economici e di potere. Questa instabilità generale rende ancora più fondamentale proteggere e curare la nostra comunità locale, il nostro porto sicuro. Eppure, sembra che stiamo facendo l'esatto opposto.
Dimentichiamo spesso chi siamo. Dove siamo nati e dove viviamo. Abbiamo un patrimonio famoso in tutto il mondo. Spesso durante viaggi o discussioni di lavoro, le persone nello scoprire il luogo in cui dimoro mi guardano con ammirazione e rispetto, mentre noi siamo i primi a sottovalutarne l’importanza ed il fascino.
Per la nostra storia e le nostre potenzialità, dovremmo avere un ruolo centrale nelle logiche politiche regionali e nazionali. Dovremmo essere protagonisti, senza rassegnarci ad essere terra di conquista e di razzia per la politica regionale o per il deputato di turno, che viene qui a buttare fumo negli occhi per poi scomparire un istante dopo.
Per molto tempo, nella vita, ho commesso un grave errore. Ho creduto che toccasse sempre agli altri fare qualcosa. In passato sono stato vicino a schieramenti politici e avrei potuto aspirare ad avere qualche ruolo politico. Ma quando ho visto che il progetto non era mosso dalla reale volontà di costruire il futuro, ma puntava solo alla mera vittoria elettorale, ho preferito defilarmi. In cuor mio, ho lasciato che fossero gli altri a prendere le decisioni, che mi limitavo a subire, nella convinzione che ci fosse sempre qualcuno "più bravo di me" a doverle e poterle prendere.
Oggi ho capito che sbagliavo. Ho capito mio malgrado che se non ci si impegna in prima persona, i primi veri artefici del fallimento della nostra comunità siamo noi stessi, con la nostra inerzia.
Invece di agire, oggi lasciamo che le nostre isole siano ostaggio di un clima di scontro sociale costante, alimentato dai soliti noti. Persone che usano i social, i giornali e i tavolini dei bar per litigare su posizionamenti, veti incrociati e liste fantomatiche, mentre la realtà là fuori ci travolge.
L'economia reale soffre, la stagione turistica si accorcia, le casse delle aziende piangono e le famiglie vengono strangolate dal costo della vita. La sanità ad esempio è diventata un dramma, un tabù di cui però i politicanti locali preferiscono non parlare per non perdere consenso, sembra ormai che se ne occupino solo pochi encomiabili privati cittadini, a cui va dato onore per quello che fanno; lo stesso penso possa dirsi per i trasporti che a parte qualche slogan e qualche promessa elettorale, stazionano in una condizione di buio assoluto. Spero di sbagliare ma in generale credo questo pensiero possa espandersi a tutti i settori nevralgici per la vita di una comunità e intanto i nostri giovani sono costretti all'esilio perché qui, dopo gli studi, non c'è più spazio per loro.
Un appello, oggi, è rivolto ai miei coetanei ed alle generazioni più giovani: non lasciate che siano altri a decidere il nostro futuro, non commettete i miei stessi errori del passato.
Nel percorso che spero, prima o poi, in molti intraprenderanno ci saranno lupi travestiti da agnelli: ragazzi giovanissimi all'anagrafe, ma portatori di una mentalità politica arcaica. Persone cresciute assorbendo ragionamenti vecchio stile, il cui unico vero obiettivo è la posizione sociale. Questi "finti giovani" sono l'espressione politica più dannosa per il nostro territorio, e da loro bisogna tenersi alla larga.
Probabilmente la critica più facile che può essere mossa verso un volto nuovo – che abbia 20 o 50 anni – che decide di avvicinarsi alla politica è quella del "non avere esperienza".
Il mio profondo rispetto va a chi, in questi anni, ha fatto politica anche in ruoli apicali con dedizione, onestà e ha portato risultati veri per le nostre isole. Quell’esperienza costruttiva è un valore inestimabile da cui c'è solo da imparare. E che può senz’altro fungere da guida.
Ma per quanto concerne quella parte di attori politici che si sentono navigati e che usano la parola "esperienza" non come una risorsa da condividere, ma come una clava per denigrare chi vorrebbe provare ad affacciarsi ora con idee nuove, mi chiedo: questa tanto sbandierata esperienza ha forse migliorato le nostre vite? Ha dato una parvenza di degno futuro ai nostri figli durante i loro (spesso lunghi) mandati? Qualcuno, magari più avvezzo di me a frequentare i luoghi dove alcuni credono risieda l’alta politica, ossia i bar del centro del corso, ha mai sentito parlare di programmi e progetti o si parla solo di nomi e posizioni? Forse si abusa della parola “esperienza” solo per alzare una barriera, perché si teme che menti più aperte e fresche possano scavalcare obsoleti ragionamenti e macchinazioni varie?
E se oggi il non avere avuto un'esperienza politica diretta, il non essersi "sporcati le mani", potesse invece essere un valore aggiunto? Un modo per guardare il nostro paese con occhi diversi, con mente aperta e con soluzioni che la tanto decantata "esperienza" non vede, semplicemente perché è proprio un’esperienza non propositiva a fungere da paraocchi e paraorecchie? Siamo davvero entusiasti, di come si svolgono ultimamente i ad esempio consigli comunali, indipendentemente dal lato in cui ci si siede, e dello spettacolo che offriamo come popolazione verso l’esterno?
Non è populismo. L’esperienza è ovviamente un’ enorme valore aggiunto, ma solo se usata per il giusto fine. Non ho mai creduto all’ equazione dell’ "uno vale uno", un approccio che non ho mai condiviso né votato, e che non a caso oggi è palesemente fallito. C'è modo e modo di usufruire dell’esperienza, alla mancanza di esperienza attiva si può controbilanciare, alla mancanza di valori purtroppo no.
Da imprenditore so bene che si può essere un buon leader o un buon aggregatore anche senza conoscere i dettagli tecnici di ogni singolo ramo aziendale, a patto di sapersi circondare delle professionalità giuste. Un buon Sindaco, ad esempio, non credo abbia davvero bisogno di una giunta di eterni accondiscendenti pronti a eseguire il compitino. Ritengo invece che abbia bisogno di assessori che, nei rispettivi settori, ne sappiano a volte più di lui e che abbiano la competenza e il coraggio di sapersi imporre quando ce ne sia bisogno.
Sommessamente ho sempre pensato, forse sbagliando, che il ruolo di un Sindaco, di un Leader, non debba essere quello di tuttologo accentratore. Ma di un ottimo mediatore e coordinatore, che capisca come far funzionare la macchina, amalgamando idee e caratteri, assorbendo tutto per poi prendersi la responsabilità finale delle decisioni. Anche con l’umiltà di sapersi circondare di persone più preparate sotto vari aspetti e seguirne i consigli. Esattamente come gli imprenditori, che si circondano di professionisti affinché, nei vari reparti, portino i risultati migliori.
Ho tanti amici nell’attuale panorama politico, in modo del tutto trasversale. Il mio non vuole essere un ragionamento "pro" o "contro" qualcuno. Apprezzo le iniziative portate avanti dall’attuale amministrazione, così come ce ne sono altre che non condivido. Allo stesso modo, ho amici a cui tengo nell’attuale opposizione, ma al momento non ne condivido i toni che vengono usati o alcune impostazioni alla base del loro modus operandi.
Qualcuno, vedendomi parlare con amici di uno schieramento o dell'altro, potrebbe pensare di potermi etichettare. Vale per me come per tanti altri che in questo momento sono slegati dalle attuali dinamiche politiche. Il mio pensiero personale è libero. La bussola morale che mi guida è una sola: la serenità e la felicità della mia famiglia, che è interconnessa sempre allo stato sociale in cui si trova il nostro amato “scoglio”.
Sembra scontato dirlo, se sta bene il nostro territorio stiamo bene tutti noi, è assurdo spesso notare che invece in molti sembrano dimenticarsene.
Se siete vicini a un progetto politico che vi appassiona, che ritenete utile e costruttivo per la crescita del nostro paese, ben venga. Impegnatevi e lottate per quel progetto. C’è tempo per dare il proprio aiuto all'attuale amministrazione, se pensate di avere idee per migliorare un percorso che ritenete virtuoso. Allo stesso modo c'è tempo per avvicinarsi all'attuale opposizione, se credete di poter dare un apporto propositivo e costruttivo per migliorare e supportare il compito per cui sono stati eletti.
Se invece oggi il panorama delle proposte ancora non vi entusiasma, non è tardi. C’è tempo per creare qualcosa di diverso, qualcosa che sentite davvero vicino a voi. Un progetto che rappresenti la vostra idea di futuro e non quella di qualcun altro che, magari, vede il proprio orizzonte limitato ad una posizione personale.
L’importante è provare ad impegnarsi e non lasciare che siano solo gli altri a fare quello che avremmo in mente noi.
Non è, e non deve essere questo il nostro orizzonte. Il futuro possiamo e dobbiamo ancora costruirlo. Non saranno poche persone a dover decidere chi può e chi non può. Mettiamoci in gioco. Lo ripeto in primis a me stesso. Solo così le nostre isole potranno tornare ad essere un luogo in cui vivere, e non solo un posto da cui dover pensare di scappare.
Smettiamo di guardare al domani con rassegnazione. Troppo spesso ormai sento dire ai miei coetanei con che la situazione è questa, che i giochi sono fatti e non ci resta che scegliere il male minore.
Facciamo invece in modo che il tramonto di queste vecchie logiche diventi, finalmente, l'alba del nostro vero futuro.

Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.