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martedì 2 giugno 2026

Novecento, rubrica a cura di Giuseppe La Greca: Francesco Palamara, 2 giugno 1946 il referendum monarchia repubblica a Lipari

 


Il periodo di gestione dell’amministrazione del sindaco Francesco Palamara è stato da me pubblicato sulla rivista Massonicamente del mag-agosto 2017 n. 9 ed è stato oggetto di una conferenza tenutasi nell’aula consiliare del Comune di Lipari il 27 novembre 2016 a 70 anni dall’elezione del primo sindaco democraticamente eletto a Lipari dopo il ventennio fascista.

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Una delle poche testimonianze relative alla campagna referendaria del 2 giugno 1946; nel Comune di Lipari è contenuta in una lunga corrispondenza di Francesco Palamara. Se nelle regioni del Mezzogiorno il voto a favore della Monarchia raggiunge una media del 64% circa dei voti, nella Provincia di Messina raggiunge il 77 per cento.



Ecco come Francesco Palamara racconta le vicende di quei mesi a Lipari:

« La loggia vive e lavora in un piccolo ambiente del mezzogiorno ove, dolorosamente, si ha agio di constatare sempre più, giorno per giorno, quanto grande e funesta sia stata anche nel campo morale e politico la devastazione apportata dal fascismo, specie nei giovani, i quali continuano a vivere tuttora una vita apatica ed insulsa e sono ciechi strumenti nelle mani della reazione, la quale da noi non ha disarmato, né accenna a farlo.

(...) Salvo qualche raro Fratello che si mostrò proclive per la Monarchia, la quasi totalità dei fratelli ha propugnato e si è battuta per la Repubblica. Non è presuntuoso affermare che i 1050 voti (quasi il 25% dei votanti) ottenuti in questo Comune dalla Repubblica sono opera quasi esclusivamente nostra. E molti voti sono andati perduti perché dichiarati nulli, e moltissimi voti ancora non si sono avuti perché all’ultimo momento le forze del conservatorismo reazionario hanno sconvolto l’opinione pubblica con il famoso pericolo del «salto nel buio» o della «repubblica rossa».

Bisogna vivere nel mezzogiorno, e specie poi in queste isole, per rendersi conto dello stato di regresso politico che regna nella nostra massa, facile preda a tutte le impressioni ed a tutte le suggestioni. Ed eravamo quasi soli nella lotta, con pochi socialisti, con qualche repubblicano e con un manipolo comunista, il quale ultimo, per ragioni ambientali, sarebbe stato meglio che nel nostro piccolo ambiente si fosse dichiarato agnostico. E contro di noi, compatti, tutti gli altri partiti. Dal Vescovo al Clero, dal Pretore all’ultimo appuntato dei CC., dalla questura alle guardie di finanza, dai «cappedda» all’operaio, al contadino, al pensionato, dalle suore e dalle beghine alle borghesi ed alle donne del popolo. Ma siamo lieti del dovere compiuto ed anche del rischio al quale ci siamo esposti, perché, in caso di sconfitta, la reazione da noi sarebbe stata implacabile. Tutt’ora non vuol disarmare e provvedimenti saremo costretti a chiedere per l’allontanamento di questo Pretore, dei graduati dei CC., del commissario e degli agenti di P.S., artefici e dirigenti del qualunquismo e tuttavia perturbatori dell’opinione pubblica locale.

(…) Vivevamo allora in un ambiente così avvelenato ad arroventato, al punto che giorni prima questo commissario di P.S. aveva inteso la necessità di chiamare nel suo ufficio tutti i rappresentanti dei partiti e che si cercasse da tutti di fare opera di chiarificazione e di distensione, a che si sventassero e, occorrendo, si individuassero i seminatori di allarmi e di preoccupazioni che si andavano propagandando in paese e nelle campagne e che minacciavano di creare gravi disordini. Occorreva quindi che noi (…) promuovessimo un blocco di resistenza e di chiarificazione e dei quali noi dovevamo essere i dirigenti, anche perché, ove dolorose evenienze fossero avvenute, avremmo potuto fare poco assegnamento sui CC e gli agenti di P.S., essendo essi, nella loro gran maggioranza, creatori e suscitatori del movimento qualunquista e separatista in questo [territorio]. Il nostro contegno deciso, energico, è valso ad apportare la tranquillità tra questa buona gente, alla quale si era fatto intendere che la Repubblica avrebbe espropriato la piccola proprietà privata ed avrebbe violato le chiese e le famiglie ».


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