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domenica 30 agosto 2026

Centenario viola. Intervista de "La Nazione" a Riganò, il bomber della rinascita: "Una responsabilità enorme. Questa sarà sempre casa mia"

Intervista all’attaccante di Lipari che fu il trascinatore della Florentia Viola dalla C2 alla serie A. La forza del gruppo e l’esperienza di Mondonico: "Con lui un rapporto schietto e sincero"


Firenze, 29 agosto 2026 – Nell’estate del 2002, dalle ceneri del fallimento dell’ACF Fiorentina, nacque la Florentia Viola in Serie C2. Per l’attacco, la dirigenza doveva scegliere il bomber a cui affidare la rinascita: il duello di mercato fu tra Giovanni Prisciandaro e Christian Riganò. La scelta cadde sul bomber di Lipari, reduce da 27 gol con il Taranto. Fu l’inizio di una favola straordinaria, fatta di gol a grappoli, una doppia promozione fulminea fino alla Serie A sotto la guida di Emiliano Mondonico e un amore viscerale per la città, tanto da spingere Riganò a stabilirsi a Firenze a fine carriera.

Bomber, partiamo dall’estate 2002. Cosa la convinse a firmare?

"La risposta è semplice: la storia. Quando ti chiama una piazza come Firenze, la categoria non conta più. Sapevo che la città stava soffrendo per un’ingiustizia enorme, il fallimento era una ferita aperta. Per me, che avevo passato anni tra i dilettanti e sui pontili a fare il muratore, quella chiamata rappresentava l’occasione della vita. Non ho pensato ai rischi, ho pensato solo che avrei indossato una maglia gloriosa. C’era un popolo intero da trascinare e io avevo una fame incredibile di gol e di riscatto".

l ds Giovanni Galli la scelse dopo una lunga riflessione, preferendola a Giovanni Prisciandaro, un altro bomber di culto della categoria…

"Galli cercava un uomo d’area che potesse caricarsi sulle spalle l’intero peso dell’attacco e della rinascita. Mi dette fiducia totale e io volevo ripagarla a ogni costo. Quella scelta per me fu uno stimolo enorme. Sentivo la responsabilità di dimostrare che il direttore non si era sbagliato. Quando entravi al “Franchi” in C2 e vedevi trentamila persone sugli spalti, capivi che non potevi fallire".

E di gol ne fece tantissimi: 30 in quel campionato di C2.

"Ricordo l’affetto incredibile della gente. Viaggiavamo su campi di ’periferia’, stadi minuscoli, ma i nostri tifosi erano sempre lì. Sentivamo l’obbligo di vincere ogni singola partita. Il gol più bello fu l’ultimo, quello della festa, ma l’emozione più grande era vedere i bambini con la maglia della Florentia Viola. Stavamo ricostruendo l’orgoglio di una città. È stata un’annata magica, faticosa ma indimenticabile".

Poi l’estate successiva, la Figc vi catapulta in Serie B.

"Fu uno shock positivo, ma anche una complicazione. Eravamo partiti per la C1 e ci ritrovammo in una Serie B a 24 squadre, un campionato infinito e massacrante. L’inizio fu difficile, la squadra doveva assestarsi e la maglia della Fiorentina, tornata finalmente col suo nome e i suoi colori, pesava il doppio. Io però non mi sono spaventato. Ho continuato a fare quello che sapevo fare meglio: lottare in mezzo e fare gol: 23 alle fine".

A metà stagione arriva in panchina Emiliano Mondonico…

"Il mister è stato fondamentale. Un uomo di calcio vero, genuino, che sapeva toccare le corde giuste nello spogliatoio. Mondonico ci ha dato la serenità e la concretezza che ci mancavano. Capiva i giocatori come pochi altri. Con me aveva un rapporto schietto, da uomo a uomo. Mi diceva sempre: “Tu pensa a stare in area, che la palla arriva”. Ha saputo compattare il gruppo nei momenti difficili. Se siamo arrivati allo spareggio lo dobbiamo alla sua saggezza e alla sua capacità di leggere i momenti".

La promozione in Serie A arriva proprio attraverso il doppio spareggio contro il Perugia. Cosa si prova a riportare la Fiorentina nel massimo campionato da capitano?

"Un orgoglio indescrivibile. Lo spareggio è stata una sofferenza pura. All’andata vincemmo a Perugia con un gol di Enrico Fantini. Al ritorno l’atmosfera era surreale. Quando l’arbitro ha fischiato la fine dell’1-1, è stata una festa incredibile. Vedere la gente piangere di felicità sugli spalti mi ha fatto capire cosa avevamo fatto. In due anni avevamo cancellato l’inferno e riportato Firenze dove meritava. Io ero il capitano di quella rinascita, un ex muratore venuto da Lipari...".

La sua carriera l’ha portata lontano da Firenze, ma il suo legame con la città non si è mai spezzato.

"Firenze mi ha adottato. Quando sono arrivato ero un calciatore stimato, quando me ne sono andato ero uno di loro. Il legame calcistico è diventato un legame di vita. Qui la gente mi rispetta non solo per i gol, ma per l’impegno e il sudore che ho sempre speso per questa maglia. Ho girato tanto, ma il mio cuore è rimasto sempre qua. I fiorentini sono passionali, esigenti, ma sanno darti un amore immenso se dimostri attaccamento".

Cosa significa per lei vivere a Firenze oggi?

"Camminare per strada e sentirmi a casa, circondato dall’affetto di una tifoseria che non dimentica chi ha sputato sangue per i colori viola. È la mia città".

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