COMUNICATO STAMPA
La Posidonia oceanica è una pianta acquatica:
forma delle praterie sottomarine che purificano l’acqua e la rendono
cristallina, nutrono organismi animali e vegetali, nonché proteggono la costa
dall’erosione. La prateria di Posidonia è il massimo livello di sviluppo e
complessità dell’ecosistema del Mediterraneo.
Il Comune di Lipari ha recentemente chiesto
autorizzazione alla Regione Siciliana di modificare il progetto originale dei
quattro dissalatori previsti per Alicudi, Filicudi, Panarea e Stromboli. La
nuova proposta consiste nell’operazione di “espianto e trapianto” della
Posidonia oceanica per consentire la posa delle condotte sottomarine dei nuovi
impianti. Per limitare i danni all’ecosistema, la Regione aveva già vietato
qualsiasi scavo o dragaggio che potesse danneggiare la prateria di Posidonia.
Le prescrizioni disponevano infatti che l’attraversamento della prateria
avvenisse senza toccare il fondale, mediante Trivellazione Orizzontale
Controllata (TOC) sotterranea oppure posando la condotta al di fuori dell’area
protetta. L’unica motivazione indicata a sostegno di tale modifica del progetto
è il risparmio economico, a fronte però di una operazione di “espianto e
trapianto” che è molto rischiosa per una pianta marina il cui tasso di crescita
lineare dei rizomi è stimato in appena 100-1000 cm per secolo. Un cortocircuito
economico e ambientale che si sta consumando alle spalle dei contribuenti e del
nostro ecosistema marino.
Infatti, i progetti di realizzazione dei quattro
dissalatori dovrebbero essere finanziati con i fondi del PNRR, le cui deroghe
evidentemente permettono di scavalcare sia le leggi nazionali che la logica
comune. La gestione dei fondi europei, troppo spesso percepiti come regali
piovuti dall’alto, sono in realtà il frutto diretto del lavoro dei cittadini,
alimentato dalle tasse che ognuno versa annualmente. Il paradosso strutturale a
cui si assiste rasenta quindi l’assurdo. Da un lato, ingenti risorse pubbliche
vengono stanziate e spese per la piantumazione e il ripristino della Posidonia
oceanica, polmone verde dei nostri mari e baluardo contro l’erosione costiera.
Dall’altro lato, in perfetta e schizofrenica contraddizione, altrettanto denaro
pubblico viene impiegato per estirpare i medesimi banchi di Posidonia,
sacrificati sull’altare di presunte opere di “pubblica utilità”. Viene
spontaneo chiedersi quale utilità possa esserci nel distruggere un ecosistema
protetto nell’area di addirittura quattro isole, per imporre progetti calati
dall’alto, privi del consenso delle comunità locali e privi di una reale
lungimiranza strategica. Una gestione che non si può che definire scellerata: i
cittadini pagano due volte, prima per finanziare la devastazione e poi per
ripristinarla. Utilizzare il denaro dei contribuenti per finanziare un’opera e,
contemporaneamente, il suo esatto contrario, è un insulto alla logica economica
e alla sensibilità ambientale.
Se la maggior parte della comunità è in
disaccordo e protesta in ogni modo, una scelta può ancora ritenersi “pubblica”?
Chi stabilisce cos’è di pubblica utilità?
Sarebbe doverosa quindi un’immediata inversione di rotta e un controllo rigoroso sulla coerenza dei finanziamenti pubblici. La transizione ecologica non può essere solo uno slogan dietro al quale nascondere lo scempio dei nostri mari, specialmente quando a pagarlo sono proprio gli stessi cittadini che vorrebbero proteggerli.
Movimento contro il Dissalatore sulla Spiaggia di Filicudi (MoDiSFi)
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