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| La foto è realizzata dal direttore con l'AI |
Almeno sei nomi circolano in vista delle amministrative del 2027. Ma
prima di chiedersi chi vuole fare il sindaco, sarebbe opportuno capire per fare
cosa.
A Lipari la
primavera elettorale del 2027 è ancora lontana, ma il dibattito politico sembra
già entrato nel vivo. Le indiscrezioni si moltiplicano, i nomi circolano, le
possibili candidature aumentano. Stando alle voci che si rincorrono negli
ambienti politici locali, gli aspiranti alla carica di sindaco potrebbero
essere almeno sei.
Naturalmente, le
indiscrezioni non equivalgono a candidature ufficiali e il quadro è destinato a
evolversi. Ma proprio questo affollamento anticipato merita una riflessione.
Non perché
candidarsi sia sbagliato. Al contrario, la disponibilità ad assumersi
responsabilità pubbliche è legittima e, in una democrazia, anche necessaria. Il
problema nasce quando la competizione per le persone precede il confronto sulle
idee, quando i nomi diventano protagonisti prima dei progetti e quando
l'ambizione di guidare una comunità sembra occupare più spazio della
discussione sul suo futuro.
Perché così
tante candidature? Che cosa ci raccontano di questa comunità politica? E,
soprattutto, che cosa possono pensare i cittadini che assistono a questo
spettacolo?
Sono domande
legittime, soprattutto in un Comune che deve fare i conti con difficoltà
finanziarie, criticità nei servizi essenziali e problemi che da anni attendono
risposte.
Sulla situazione
finanziaria dell'ente si è aperta una discussione pubblica e istituzionale che
richiede attenzione, rigore e capacità di programmazione. Al di là delle
diverse valutazioni politiche sulle cause e sulle responsabilità, i conti
pubblici sono una questione che non può essere elusa né trasformata in uno
slogan elettorale.
Non siamo,
dunque, davanti a una comunità che può permettersi di considerare le elezioni
soltanto una competizione tra gruppi, personalità e aspirazioni individuali.
Siamo davanti a
un territorio composto da sei isole, ciascuna con esigenze specifiche, che deve
affrontare problemi concreti: trasporti, sanità, servizi, gestione dei rifiuti,
disponibilità di abitazioni, opportunità di lavoro, spopolamento e prospettive
per le nuove generazioni.
Problemi che non
si risolvono moltiplicando le candidature, ma costruendo programmi credibili,
individuando le priorità e dimostrando di conoscere le risorse disponibili e i
vincoli entro i quali un'amministrazione è chiamata a operare.
E allora la
domanda diventa inevitabile: se davvero esistono tante persone convinte di
poter amministrare meglio il Comune, perché questa pluralità di aspirazioni non
si traduce, prima di tutto, in un confronto pubblico sulle soluzioni?
Perché non
partire da un'analisi seria di ciò che è stato fatto negli ultimi cinque anni,
delle opportunità colte e di quelle perdute, delle promesse mantenute e di
quelle rimaste sulla carta?
Perché non
confrontarsi su un progetto di sviluppo che consideri tutte le isole, anziché
lasciare che la competizione elettorale finisca per alimentare divisioni
territoriali e personali?
E perché non
chiarire, prima di tutto, quale idea di Comune si intende realizzare, quali
competenze occorrono e quale squadra sarebbe davvero in grado di trasformare gli
impegni in risultati?
Sono
interrogativi che non riguardano una singola candidatura, ma il modo stesso di
intendere la politica.
La presenza di
molti candidati, da sola, non è necessariamente un segnale negativo. Può
esprimere pluralismo, desiderio di partecipazione e volontà di rinnovamento. Ma
può anche diventare il sintomo di una difficoltà a trovare una sintesi, a
riconoscere ciò che unisce, a mettere le esigenze collettive davanti alle
aspirazioni individuali.
È questa la
distinzione che conta.
Quando ogni
gruppo ritiene indispensabile esprimere un proprio candidato, viene spontaneo
chiedersi se le differenze riguardino davvero visioni amministrative
inconciliabili oppure se, almeno in parte, siano legate alla difficoltà di
costruire un percorso condiviso.
Non è possibile
conoscere le intenzioni di ciascuno sulla base delle sole indiscrezioni.
Sarebbe ingiusto formulare giudizi personali senza elementi concreti. Ma è
altrettanto legittimo che l'elettorato si interroghi sulle ragioni di una
competizione che sembra accendersi molto prima che siano chiarite le priorità
per il futuro del Comune.
Il rischio è
che la ricerca del candidato prevalga sulla ricerca della soluzione.
E se così fosse,
il problema non sarebbe semplicemente l'eccessivo numero di aspiranti sindaci.
Sarebbe una questione di maturità politica: la capacità, cioè, di distinguere
il desiderio legittimo di amministrare dalla necessità di dimostrare di saperlo
fare.
Per governare un
Comune come Lipari non basta voler diventare sindaco. Occorre comprendere la
complessità di un territorio frammentato, saper lavorare con una squadra
competente, conoscere i limiti finanziari dell'ente, stabilire priorità
realistiche e assumersi la responsabilità delle scelte, anche quando non
producono consenso immediato.
Occorre
soprattutto avere una visione che non si esaurisca nella durata di un mandato.
Le isole non
hanno bisogno di programmi confezionati per la campagna elettorale, né di
promesse che si dimenticano una volta chiuse le urne. Hanno bisogno di una
politica capace di garantire continuità territoriale, servizi adeguati,
sicurezza, opportunità economiche e condizioni di vita dignitose per chi
sceglie di restare.
Hanno bisogno di
amministratori che sappiano guardare oltre il proprio consenso e oltre i confini
del proprio gruppo.
Ecco perché, di
fronte alla proliferazione dei nomi, sarebbe opportuno invertire l'ordine delle
domande.
Non partire
da chi vuole fare il sindaco, ma da ciò che occorre fare.
Non partire
da quante liste si possono costruire, ma da quale progetto possa unire
competenze ed energie.
Non partire
da chi deve guidare la squadra, ma da quale squadra serva davvero alla
comunità.
Solo dopo aver
chiarito questi punti sarà possibile valutare candidature, programmi e persone
sulla base di elementi concreti.
Voglio chiarire
un aspetto, per evitare interpretazioni che non corrispondono al senso di
questa riflessione: queste considerazioni non nascono da una mia volontà di
scendere in campo nella prossima competizione elettorale.
Nascono,
piuttosto, dalla posizione di una cittadina che osserva quanto sta accadendo e
si pone domande che, a mio avviso, molti elettori potrebbero condividere.
Non c'è bisogno
di essere candidati per interrogarsi sulla qualità della politica. Non occorre
aspirare a una carica pubblica per chiedere che il confronto elettorale sia
all'altezza dei problemi da affrontare.
Assistere a
questa anticipata fiera dei nomi, mentre le questioni fondamentali del Comune
restano sul tavolo, suscita perplessità che meritano di essere espresse.
Perché il
cittadino ha il diritto di chiedersi se dietro ogni candidatura esista un
progetto amministrativo preciso, una squadra adeguata e una reale disponibilità
ad assumersi responsabilità, oppure se la competizione rischi di trasformarsi
in una sommatoria di ambizioni che faticano a trovare un terreno comune.
Non sto
affermando che le candidature annunciate siano mosse da interessi personali.
Sto dicendo che, quando i nomi si moltiplicano prima delle idee, è inevitabile
che nell'elettorato sorgano interrogativi sulla natura e sulla solidità delle
motivazioni che le sostengono. Sulla maturità della nostra comunità.
La fiducia,
infatti, non si conquista dichiarando di voler amministrare. Si conquista
dimostrando di sapere perché, con quali strumenti e per quale obiettivo si
intende farlo.
La prossima
campagna elettorale dovrebbe essere l'occasione per alzare il livello del
confronto, non per moltiplicare le divisioni. Dovrebbe permettere ai cittadini
di valutare proposte, competenze, risultati e capacità di governo.
Altrimenti, il
rischio è che si finisca per discutere a lungo di chi siederà sulla poltrona di
sindaco e troppo poco di ciò che quel sindaco sarà chiamato a fare.
E allora,
davanti a una comunità che deve affrontare problemi tanto complessi, la domanda
conclusiva resta semplice.
Abbiamo
davvero bisogno di una fiera dei candidati o abbiamo bisogno di una politica
finalmente capace di fare sintesi, mettere da parte ciò che divide e individuare
ciò che serve a tutte le nostre isole?
La risposta non
spetta a chi osserva dalla finestra. Spetta soprattutto a chi oggi manifesta la
volontà di guidare il Comune.
Perché, prima di chiedere ai cittadini di affidargli il proprio voto, sarebbe opportuno dimostrare di aver compreso che amministrare non significa affermare se stessi, ma assumersi la responsabilità del futuro di un'intera comunità
Rosa Oliva

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