Cerca nel blog

sabato 4 ottobre 2025

Oggi, 4 ottobre: San Francesco D'Assisi

San Francesco d'Assisi

S. Francesco nacque ad Assisi l'anno 1182 da Pietro Bernardone e da madonna Pica, ricchi commercianti. La sua nascita fu circondata da avvenimenti misteriosi: un mendicante, presentatosi a madonna Giovanna Pica, pochi giorni prima della nascita di Francesco, le disse: « Fra queste mura spunterà presto un sole... »; il giorno stesso della nascita, essendo la madre oltremodo accasciata per i dolori del parto, un altro pellegrino le disse: « Tutto andrà bene, purchè la madre sia condotta nella stalla », e così avvenne. Un altro giorno fu udito pér le vie di Assisi un romito che gridava: « Pace e bene, pace e bene! » il futuro motto di Francesco. La dolce madonna Pica taceva e pregava, pensando: cosa mai sarà di questo fanciullo così prediletto da Dio?

  Intanto Francesco cresceva vivace, allegro, amante delle spensierate brigate, delle laute cene, dei suoni e dei canti. Siccome gli affari andavano bene, il padre lo avviò alla mercatura. Di ingegno vivace, riusciva a meraviglia; combattè anche contro Perugia e sostenne lunga prigionia.

  La grazia di Dio intanto lavorava. Un giorno gli amici, vedendolo assorto, gli domandarono: « Pensi a prendere moglie? ». « Sì, rispose Francesco, e sposerò la donna più bella e più amabile del mondo ». Si riferiva a « madonna povertà »! Una mattina, è colpito, in una chiesetta di campagna, da un brano del Vangelo, che dice: "Non tenere né oro né argento né altra moneta; non borse, non sacchi, non due vesti, non scarpe, non bastone". Si spogliò di tutto, diede quanto aveva in elemosina, e a suo padre che l'aveva citato davanti al Vescovo, diceva rendendogli anche i vestiti: « Finora ho chiamato Pietro di Bernardone mio padre, d'ora in poi a maggior ragione dirò: Padre mio che sei nei cieli ». Esce all'aperto e, immediatamente. mette in pratica il consiglio evangelico. Si scalza, s'infila una tunica contadinesca, getta la cintura di cuoio e al suo posto s'annoda sui fianchi una corda. (La cintura di cuoio era nel medioevo la parte più importante dell'abito, tanto importante che Dante. quando vorrà lodare la rude semplicità dei vecchi fiorentini, li dirà "cinti di cuoio e d'osso")

  Da quel giorno l'eroismo di Francesco non ebbe più limiti: i poveri, i lebbrosi, gli ammalati di ogni specie furono la sua parte életta. Fu trattato da pazzo, percosso, vilipeso, maledetto, ed egli ricambiava tutto con preghiere, carità, amore. Ai suoi seguaci che volle chiamare « Frati Minori » insegnava il lavoro, l'elemosina, la preghiera e la povertà più assoluta.

  Dove passò portò la benedizione di Dio: la pace fra le fazioni e l'amore fra i nemici: convertì peccatori, salvò miserabili, protesse oppressi.

San Francesco


I tre voti francescani, obbedienza, povertà e castità, non erano pesi che il figlio di Pietro Bernardone prendeva sulle sue grame spalle e che imponeva ai compagni d'avventura. Al contrario, quei voti rendevano lui e i suoi seguaci più presti e leggeri. L'obbedienza scioglieva da ogni dubbio; la povertà liberava da ogni cupidigia; la castità sollevava da ogni impegno carnale. I vizi contrari a quei voti, cioè la superbia, l'avarizia e la lussuria, erano tre mostruose fibbie, che imbrigliavano l'uomo mondano.

  Benedetto dal papa, estese ovunque ed a tutti la sua opera; istituì le Clarisse; fondò e diffuse il Terz'Ordine. Andò fra i Turchi: mandò apostoli dappertutto a portare «pace e bene ». Alla Verna, Dio impresse sul suo servo fedele il segno del suo amore: le sacre stimmate.

  Compose laudi in onore del suo Dio perchè esclamava: « L'amore non è amato, l'amore non è amato! ». Morì, benedicendo i suoi figliuoli e la sua cara città di Assisi, il 4 ottobre 1226.

  Fu chiamato il più santo degli Italiani, e il più Italiano dei santi; assieme a S. Caterina da Siena è il grande protettore della nostra amata patria.

PRATICA. Ad onore di S. Francesco facciamo oggi una mortificazione ed una elemosina.

PREGHIERA. O Dio, che per i meriti di S. Francesco accrescesti la tua Chiesa di una nuova famiglia, concedici di disprezzare a suo esempio le cose terrene, e di poter partecipare alla gioia dei doni celesti.

MARTIROLOGIO ROMANO. Ad Assisi, in Umbria, il natale di San Francésco, Levita e Confessore. Fondatore di tre Ordini, cioè dei Frati Minori, delle Povere Donne, e dei Fratelli e delle Sorelle della Penitenza. La sua vita, piena di santità e di miracoli, fu scritta da san Bonaventura.


San Francesco e il Natale

  La natura fantastica del "giullare di Dio" e insieme la sua intuizione didattica si manifestarono specialmente nella più poetica rappresentazione ideata in un bosco, cioè nel Presepio di Greccio.

  Per Francesco il Natale era la festa delle feste, appunto perché Dio stesso, con la sua adorabile incarnazione, scendeva in terra, e si faceva fratello degli uomini. Frate, non monaco. L'eterno entrava nel tempo; l'immobile diventava viandante. Dal Natale in poi, tutte le strade sarebbero state come quella d'Emmaus.

  Il santo dell'umiltà si commuoveva all'idea dell'infinita umiliazione di Dio che si fa uomo. Il santo della povertà piangeva al pensiero dell'estrema indigenza di Gesù, nato in una stalla. E finalmente, il santo della perfetta letizia si rallegrava al ricordo dell'Alleluia celeste.

  Il Natale era dunque la festa più francescana dell'anno liturgico. Vi si celebrava l'umiltà, la povertà e l'innocenza. I tre voti francescani brillavano, con meraviglioso fulgore, nel cielo natalizio.

  "Se io potessi parlare all'imperatore," diceva Francesco "vorrei pregarlo di emanare un comando generale, perché tutti coloro che lo possono, spargano per le vie frumento e granaglie nel giorno di Natale, sicché in quel giorno di tanta solennità gli uccelli abbiano cibo in abbondanza". Anche questo sarebbe stato un modo di rendere evidente la gioia natalizia, comunicandola, attraverso il cibo, anche agli abitanti dell'aria.

  Un anno, il Natale cadeva di venerdì e fra' Monco, il cuciniere, fu in dubbio se fare, in quel giorno, di grasso o di magro. "Faresti peccato, o fratello" gli gridò Francesco "chiamando venerdì il giorno in cui è nato Gesù. Vorrei che in un giorno come questo mangiassero carne anche le pareti e, non potendo, ne fossero almeno unte di fuori!"

  Soltanto la fantasia d'un uomo sobrio e continente come lui poteva immaginare qualcosa di simile.

  Nell'inverno del 1223 ebbe finalmente l'idea della prima sacra rappresentazione. Mandò a chiamare il signore di Greccio, Giovanni Velita, e gli disse: "È mio pensiero rievocare al vivo la memoria di quel Bambino celeste che è nato laggiù in Betlem, e suscitare davanti al suo sguardo e al mio cuore gl'incomodi delle sue infantili necessità: vederlo proprio giacere su poca paglia, reclinato in un presepio, riscaldato dal fiato di un bue e di un asinello".

  Così, la notte di Natale del 1223, nel bosco di Greccio, avvenne la prima rappresentazione natalizia inventata da San Francesco: il Presepio.

  Un sacerdote celebrò la Messa di mezzanotte sopra una mangiatoia. San Francesco, non essendo sacerdote, ma soltanto diacono, cantò il Vangelo della Nascita, e lo spiegò al popolo, accorso nel bosco di Greccio con fiaccole accese.

  Chiamava Gesù " il bambino di Betlem ", e nel pronunziare queste parole — narra il suo primo biografo — sembrava una pecora che belasse "talmente la sua bocca era ripiena, non tanto di voce, quanto di dolce affetto". "E nominando il Bambino di Betlem, oppure dicendo Gesù, lambivasi con la lingua le labbra, quasi a gustare e deglutire la dolcezza di quel nome."


San Francesco e gli animali

San Francesco chiamava gli animali «i nostri fratelli più piccoli». Per loro aveva le attenzioni più delicate. Voleva scrivere a Federico II perché con un editto stabilisse che a Natale le strade fossero cosparse di granaglie e di grano per gli uccelli: anch'essi dovevano gioire per la nascita del Redentore. Perché non fossero calpestati, scansava dai sentieri i vermi. A Sant'Angelo in Pantanelli, presso Orvieto, viene mostrato tuttora uno scoglio sul Tevere, dal quale avrebbe gettato nel fiume dei pesci che gli erano stati regalati.

Un giorno S.Francesco andò alla elemosina assieme a frate Massèo e i due si imbatterono in un uomo che portava al mercato due agnelli da vendere, legati, belanti e penzolanti dalla spalle.

All'udire quei belati, il servo di Dio, vivamente commosso, si accostò, accarezzandoli, come suol fare una madre con i figlioletti che piangono, con tanta compassione e disse al padrone: "Perché tormenti i miei fratelli agnelli, tenendoli così legati e penzolanti?". Rispose: "Li porto al mercato e li vendo: ho bisogno di denaro".

E Francesco: "Che ne avverrà?". E quello: "I compratori li uccideranno e li mangeranno».

Nell'udire questo il santo esclamò: «Non sia mai! Prendi come compenso il mio mantello e dammi gli agnelli». Quell'uomo fu ben felice di un simile baratto, perché il mantello, che Francesco aveva ricevuto a prestito da un uomo proprio quel giorno per ripararsi dal freddo, valeva molto di più delle bestiole.

Infatti ogni creatura dice: Dio mi ha creato per te, o uomo! Noi che siamo vissuti con lui, lo vedevamo rallegrarsi interiormente ed esteriormente di quasi tutte le creature, così che, toccandole o mirandole, il suo spirito sembrava essere in cielo, non in terra. E per le grandi gioie che aveva ricevuto e riceveva dalle creature, egli compose, poco prima della sua morte, alcune Lodi del Signore per le sue creature, per incitare alla lode di Dio i cuori di coloro che le udissero, e così il Signore fosse lodato dagli uomini nelle sue creature»

San Francesco e gli animali


Dai "Fioretti" di San Francesco 
  Come Santo Francesco convertì tre ladroni micidiali, e fecionsi frati; e della nobilissima visione che vide l'uno di loro,il quale fu santissimo frate.

  Santo Francesco andò una volta per lo distretto del Borgo a Santo Sipolcro, e passando per uno castello che si chiama Monte Casale, venne a lui uno giovane nobile e molto dilicato, e dissegli: "Padre, io vorrei molto volentieri essere de' vostri frati". Rispuose Santo Francesco: "Figliuolo, tu se' giovane, dilicato e nobile: forse che tu non potresti sostenere la povertà e l'asprezza nostra". Ed egli: "Padre, non sete voi uomini come io? dunque, come la sostenete voi, così potrò io colla grazia di Cristo". Piacque molto a Santo Francesco quella risposta; di che benedicendolo, immantanente Io ricevette all'ordine e puosegli nome frate Agnolo. E portassi questo giovane sì graziosamente che ivi a poco tempo santo Francesco il fece guardiano nel luogo detto di Monte Casale. 



Cantico delle creature



Altissimu; onnipotente bon Signore,
  tue so' le laude, la gloria e l'onore et orme benediczione.
  Ad te solo, Altissimo, se confano et nullu omu ène dignu te mentovare.

Laudato si, mi Signore, curo tucte le tue creature,
  spezialmente messor lo frate sole,
  lo quale jorna, et allumini per lui;
  et ellu è bellu e radiante rum grande splendore;
  de te, Altissimo, porta significazione.

Laudato si, mi Signore, per sora luna e le stelle;
  in celo l'hai formate clarite et preziose et belle.

Laudato si, mi Signore, per frate vento
  et per aere et nubilo et sereno et orme tempo,
  per le quale a le tue creature dai sustentamento.

Laudato si, mi Signore, per sor'acqua,
  la quale è multo utile, et umele, et preziosa et casta.

Laudato si, mi Signore, per frate focu,
  per lo quale ennallumini la nocte,
  et elio è bellu, et jucundo. et robustoso et forte.

Laudato si, mi Signore, per sora nostra matre terra,
  la quale ne sustenta e governa,
  e produce diversi fructi, con coloriti fiori et erba.

Laudato si, mi Signore, per quilli che perdonano per lo tuo amore
  e sostengo infirmitate et tribulazione.
  Beati quilli che sosterranno in pace,
  ca de te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si, mi Signore, per sona nostra morte corporale,
  da la quale nullu orno vivente pò scappare.
  Guai a quilli che morrano ne le peccata mortali.
  Beati quilli che se trovarà ne le tue sanctissime voluntati;
  ca la morte secunda no '1 farrà male.

Laudate et benedicete mi Signore, e rengraziate.
  e serviteli cum grande umilitate.



Benedizione di San Francesco



Fratello Sole e Sorella Luna



Dolce è sentire
Come nel mio cuore
Ora umilmente
Sta nascendo amore
Dolce è capire
Che non son più solo
Ma che son parte di una immensa vita
Che generosa
Risplende intorno a me
Dono di Lui
Del Suo immenso amore
Ci ha dato il Cielo
E le chiare Stelle
Fratello Sole
E Sorella Luna
La Madre Terra
Con Frutti, Prati e Fiori
Il Fuoco, il Vento
L'Aria e l'Acqua pura
Fonte di Vita
Per le Sue Creature
Dono di Lui
Del suo immenso amore
Dono di Lui
Del suo immenso amore

Buongiorno. Oggi è il 4 ottobre


 

venerdì 3 ottobre 2025

Accadde oggi...nel 1976


 

Come eravamo, luoghi, cose e personaggi delle Eolie di un tempo (15° puntata): Attività sul corso V.E. a Lipari (1968)

Nuova palestra pubblica nel segno dell'inclusione. L'articolo del direttore Sarpi sulla Gazzetta del sud del 3 ottobre 2025


 

Ginostra: Diffida alle Autorità per rischio capre selvatiche. "Cittadini prigionieri in casa e incolumità a rischio"

Al Sindaco del Comune di Lipari Dott. Riccardo Gullo; Al Prefetto di Messina Sua Eccellenza Cosima Di Stani; All’Assessorato Agricoltura e Foreste e della Pesca Della Regione Siciliana; Al Dirigente del Servizio 13 Servizio per il Territorio di Messina; Al Dirigente Generale del Dipartimento Regionale dello Sviluppo Rurale e Territoriale ; Al Dirigente del Servizio 3 Del Dipartimento Regionale dello Sviluppo Rurale e Territoriale – Gestione Faunistica del Territorio

e.p.c.

Stazione Carabinieri di Stromboli

Procura della Repubblica di Barcellona (P.G.)

Oggetto: Diffida per pericolo alla sicurezza pubblica causato da presenza incontrollata di capre a Ginostra

Io sottoscritto Gianluca Giuffrè, residente a Ginostra nell’isola di Stromboli, con la presente intendo segnalare e diffidare le autorità competenti in merito alla grave situazione di pericolo causata dalla presenza incontrollata di oltre duemila capre nel territorio di Ginostra e Stromboli. Tale situazione rappresenta un rischio concreto per l’incolumità dei cittadini, in particolare per i soggetti più vulnerabili come i bambini e gli anziani. Personalmente, ho due figli di 8 anni e due genitori anziani, e temo per la loro sicurezza a causa di frequenti incursioni degli animali fin dentro le nostre abitazioni e lungo i sentieri e nelle aree pubbliche. Numerosi branchi sono localizzati nel territorio comunale ed assediano continuamente le abitazioni costringendo i cittadini a vivere prigionieri in casa ed esposti a gravi pericoli per la loro incolumità fisica oltre agli ingenti danni che arrecano nelle proprietà private e rischi di natura igienico-sanitaria per la salute pubblica.                       Chiedo pertanto un intervento urgente volto a:

Adottare misure immediate per contenere e gestire gli animali.

Garantire la sicurezza dei residenti e dei visitatori.

In mancanza di riscontro entro 15 giorni dalla presente, mi riservo di adire le vie legali e di coinvolgere  le associazioni di tutela dei diritti civili.

Distinti saluti, 

Gianluca Giuffrè

Ginostra, 03/10/2025



San Francesco e Madonna di Pompei


 

Eoliani e amici delle Eolie che non ci sono più( Riproposizione 81° puntata, deceduti a gennaio- febbraio 2024) video di 2 minuti e 10

 In questo video, realizzato con le foto in nostro possesso: Angela Provvidenti ved. Lazzaro, Angela Quadara (Lina) ved. Paino, Angelo Favaloro, Antonino Loprestini, Bartolina Ruggiero in Cavalletto, Bartolo Lo Surdo, Caterina Filolungo ved. Bartoli, Caterina Natoli ved. Favaloro, Caterina Quadara in Ficarra, Elena Scoglio ved. Lazzaro, Genj Groppo, Gino Vulcano, Giovanni Raffaele (Giovannazzo), Giuseppa Peluso ved. Cafarella, Giuseppe Fonti, Ivana Bonica, Nunziata Cannistrà, Pino Martinucci, Provvidenza Longo ved. Sardella, Stefano Caizzone 

ISOLE MINORI MARINE, CODACONS: STATI GENERALI LONTANI DAI CITTADINI

 STATI GENERALI ISOLE MINORI MARINE DAL 10 AL 12 OTTOBRE A LIPARI 


CODACONS ATTACCA: STATI GENERALI LONTANI DAI CITTADINI

TANASI (CODACONS): TRASPORTI, SANITÀ, SCUOLA E LOTTA AL CARO-PREZZI LE PRIORITÀ 


Il Codacons interviene sugli Stati Generali delle Isole Minori Marine, in programma a Lipari dal 10 al 12 ottobre, denunciando il rischio che l’iniziativa resti distante dalle reali esigenze delle comunità locali.

"È inaccettabile – dichiara Francesco Tanasi, giurista e Segretario Nazionale Codacons – discutere del futuro delle isole senza dare voce ai cittadini che ci vivono ogni giorno, subiscono disservizi, pagano rincari e affrontano l’isolamento. Senza ascoltare i consumatori e senza il coinvolgimento delle associazioni che li rappresentano, questi Stati Generali rischiano di produrre risultati inconsistenti".

Il Codacons sottolinea come sia grave che a un appuntamento del genere non sia stato invitato il Codacons stesso, ossia una delle principali realtà di rappresentanza dei cittadini e dei consumatori, che da anni è in prima linea con esposti, denunce e proposte concrete. "Si tratta di un’esclusione che riduce la credibilità dell’iniziativa e priva i cittadini della loro voce" aggiunge Tanasi.

L’associazione ricorda che i problemi delle Isole Minori Marine non riguardano solo i trasporti, ma anche:  la sanità, con presidi ridotti e difficoltà di accesso alle cure; la scuola, penalizzata da strutture carenti e dall’assenza di continuità didattica; l’approvvigionamento di acqua ed energia, ancora troppo legato a fonti costose e inquinanti; e il caro-prezzi, che grava quotidianamente su famiglie e pendolari.

"Occorre un piano organico – prosegue Tanasi – che garantisca più corse marittime, tariffe agevolate per residenti e pendolari, presidi sanitari potenziati e telemedicina, scuole digitali e stabili, energia e acqua da fonti rinnovabili e misure efficaci contro il caro-prezzi che colpisce beni e servizi di prima necessità. Senza risposte concrete, parlare di sviluppo resta un esercizio sterile".

"Siamo pronti  a presentare un pacchetto di misure immediate e chiediamo l’istituzione di un tavolo permanente con la partecipazione obbligatoria delle associazioni dei cittadini e dei consumatori: senza la loro presenza, qualsiasi piano rischia di restare inapplicato".– conclude Tanasi

Tanti auguri di...

Buon compleanno a Gabriele Costanzo, Davide Osvaldo, Valentino Merlino, Marco Allegrino, Daniele Vella, Alessandro Puglisi, Rosalba Zavone, Michele Maggio

Enti locali, ai Comuni siciliani le funzioni di Polizia amministrativa: decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, in vigore dal 15 ottobre

Firmato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, entrerà in vigore il 15 ottobre il decreto legislativo approvato dal Consiglio dei ministri che stabilisce il trasferimento delle funzioni di Polizia amministrativa ai Comuni della Sicilia, come avviene già nel resto d'Italia. Il decreto, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 227 del 30 settembre, era stato approvato lo scorso 4 settembre secondo lo schema proposto dal governo Schifani nel gennaio 2024.

«Il decreto legislativo, su cui il mio governo si è a lungo speso dopo anni di attesa - dice il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani - allinea finalmente i Comuni siciliani alla normativa nazionale in materia di concessioni e autorizzazioni proprie delle attività di polizia amministrativa. Un risultato importante nel processo di semplificazione e snellimento delle procedure amministrative e nel miglioramento dei servizi per i cittadini. Gli enti dell'Isola potranno così più celermente semplificare le attività in materia di autorizzazioni, rilascio di licenze per lo svolgimento di spettacoli, manifestazioni pubbliche e attività similari e concessioni che nella nostra regione sono state finora di competenza dell'autorità pubblica statale».


Il decreto legislativo, composto da 5 articoli, specifica che il trasferimento non determina oneri aggiuntivi a carico dei Comuni o della stessa Regione, dal momento che le nuove funzioni sono assimilabili ai procedimenti autorizzativi comunali ordinariamente gestiti già dal personale in servizio.

Scrivevamo così...oggi...lo scorso anno


 

La "Pagina culturale": QUELLA DI FLORENZIA, UNA STORIA DA RACCONTARE di Michele Giacomantonio (Puntata 10 di 10)

Decima puntata
LE FORZE MI VENGONO MENO…
Le ultime settimane di vita

Florenzia già anziana 

Florenzia seguì i problemi della congregazione fino alle ultime ore di vita con una partecipazione che andava dai problemi più impegnativi della congregazione e delle case fino alle vicende delle singole suore. Poneva domande, dava consigli, si preoccupava della loro salute...
Anche nel chiedere aiuto alle consorelle era molto discreta. Uno dei malanni che la vecchiaia le aveva recato era il gonfiore alle gambe e il problema che aveva tutte le mattine, anche perché era divenuta molto robusta, era quello di allacciarsi le scarpe. Da sola non ci riusciva e quindi aspettava la prima suora che passasse per il corridoio e potesse aiutarla. Spesso questa era suor Colomba e la Madre un giorno le chiese:
– Che cosa pensi, quando fai questo servizio?
– A niente, Madre.
– E invece devi pensare che lo fai per amore del Signore.
Le difficoltà nei movimenti facevano sì che avesse sempre bisogno di qualcuno che l’aiutasse a coricarsi e ad alzarsi. Una notte cadde dal letto, ma per non disturbare le consorelle durante il sonno non volle chiedere aiuto. Rimase a terra fino al mattino, quando la trovarono tutta infreddolita perché era inverno.
Amava conversare e comunicare con le consorelle. Lo faceva di persona o per lettera.
Aveva una grande dote di discernimento nel giudicare le persone ed era sempre prodiga di consigli, ma badava bene a farlo amichevolmente senza  pregiudizio. Fin da giovane, era stata devota di suor Teresa di Gesù Bambino e voleva che soprattutto le novizie ne leggessero la vita e la <<Storia di un’anima>>. Suor Maria Maddalena era rimasta colpita dal brano in cui Teresa si era scelta una consorella che le correggesse i difetti.
– Quale suora mi potrebbe essere di aiuto?, si chiedeva, ed era titubante, perché pensava a una consorella molto sveglia e intraprendente, ma aveva dei dubbi.
– Che cosa la preoccupa suor Maria Maddalena? – le chiede un giorno Florenzia vedendola turbata.
La giovane le confidò il suo problema e le fece anche il nome della suora a cui aveva pensato.
– Se vuoi un mio consiglio, non credo che quella suora sia adatta per la tua anima. Ti faccio io una proposta e poi decidi tu.
Suor Maria Maddalena seguì il consiglio della Madre e si trovò bene, mentre la consorella a cui aveva pensato dopo pochi anni perdette la vocazione e abbandonò l’abito e l’istituto.
Alla capacità di discernimento univa un naturale senso pedagogico basato sulla fiducia nell’interlocutore. Un giorno, mentre è alla finestra della casa di Roma che guarda i bambini giocare nel cortile, si accorge che una giovane suora aveva perso la pazienza con un bambino che continuava a fare capricci. Florenzia subito non dice niente, ma nel pomeriggio fa chiamare la suora nella sua stanza. Questa si era accorta che la Madre aveva notato la sua reazione ed era impaurita. Chissà che cosa le avrebbe detto… Era così severa… Florenzia vede la suora tutta tremante e cerca di metterla a suo agio, la invita a sedersi.
– L’ho fatta chiamare, cara figliola, per sapere se si trova bene con noi. Incontra difficoltà nella vita religiosa? Sta bene in salute?
La giovane è sorpresa. Credeva di doversi scusare e, invece, la Madre l’invitava a una conversazione serena. Senza rimproverarle nulla, Florenzia le parla dell’amore di Cristo, dello spirito di sacrificio che le suore devono acquistare, della carità verso gli altri.
– Molte volte è difficile trattare con i bambini, specie se sono dei piccoli ribelli. Ma Gesù amava i bambini e li portava ad esempio agli adulti. Con loro bisogna avere più pazienza che con i grandi.
Un altro episodio la vede esercitare questa virtù pedagogica con una bambina. C’era in istituto una ragazzina di 13 anni, Teresa, che le suore avevano accolto per carità, visto che la famiglia non poteva mantenerla. Florenzia amava chiacchierare con lei e Teresa, rassicurata dalla confidenza che le dimostrava la Madre, un giorno le chiese perché non potesse indossare l’abito delle novizie e divenire suora.
– Sei ancora troppo giovane, Teresa. Devi avere pazienza, verrà anche il tuo momento, la rassicurò la Madre.
– Ma è già un anno che sono qui e conosco tutte le preghiere meglio di tante novizie. Perché non fa un’eccezione?
Florenzia vede che la ragazzina non vuole convincersi e sembra chiudere il discorso.

La cameretta di Florenzia nella Casa di Roma ora trasformata in Cappella.

– Teresa, in giardino c’è un piccolo tronco di albero quasi secco; vedi di estirparlo e portalo qui.
Sembra un incarico di responsabilità e Teresa, lieta, corre in giardino. Provò e riprovò a svellere il tronco, ma per quanti sforzi facesse la pianta non si mosse di un centimetro. Delusa, stanca e accaldata, tornò dalla Madre.
– Il tronco è più grande di me, non riesco a smuoverlo.
– Vedi, Teresa, ci sono cose che alla tua età, con le tue forze puoi fare e altre no. Quello che si verifica per le piante, accade nella nostra vita. Quando si è giovani, bisogna pensare a curare la vita e a raddrizzarla se ce n’è bisogno. Quindi in questo periodo studia, lavora e strappa, se occorre, le erbe cattive, cioè le cattive inclinazioni che scopri in te. Il Signore premierà la tua generosità e, se vorrà, quando sarai più grandicella, potrai diventare suora.
Spesso andava a trovare la suora che era in cucina.
– Figlia mia, fammi pulire la verdura, diceva.
– Madre, mai io non voglio che lei faccia queste cose –, rispondeva imbarazzata la suora cuciniera.
– Perché no? Non ho forse anch’io il diritto di andare in paradiso con il mio lavoro? Vede, fra pentole e pentolini sta spesso la nostra santità.
– Spesso qui, Madre, non si ha nemmeno il tempo di dire un Gloria.
– Eppure è semplice. Quando accende il fuoco, si ricordi dell’inferno e del purgatorio e così il suo impegno sarà, tra meditazione e lavoro, tutto per Gesù. Che cosa vuole di più? Si faccia santa e preghi per me.
Molto tempo Florenzia lo dedica alle lettere rivolte alle suore lontane o alle circolari che scrive per Natale o per Pasqua. Sono quasi sempre lettere serene e, se qualche volta deve rimproverare, lo fa con franchezza come con la stessa franchezza è pronta a chiedere scusa se si accorge di essere stata ingiusta o di avere ecceduto. Ma nell’ultimo anno di vita doveva avere un cruccio molto forte che serbava dentro di sé, anche se qualche volta prorompeva alla superficie.
La circolare del 31 marzo 1955 è particolare e sembra rilevare questo stato d’animo: “Il mio cuore materno – vi si legge dopo l’indirizzo alle “figliuole carissime” e l’annunzio dell’approssimarsi della Pasqua – sente il bisogno di manifestare i sensi di soprannaturale affetto che a voi mi lega, affetto purtroppo mal corrisposto perché, se il cuore delle figlie battesse all’unisono con quello della Madre, ben diversa sarebbe la vostra condotta. Soffro tanto nel considerare che voi non vi amate, non vi compatite scambievolmente, anzi spesso si deve constatare quello spirito di fazione, di ribellione, di mormorazione, di riferire i difetti delle consorelle trasportandoli di Comunità in Comunità, inasprendo gli animi e disseminando malanimo e discordie. Che piaga terribile!!! Figliuole care, perché amareggiare tanto il cuore di Gesù e quello della Madre vostra? Penso, però, che la Quaresima sarà stata un periodo di ravvedimento e che la S. Pasqua del 1955 segnerà per il nostro istituto l’inizio di un rifiorimento dello spirito di carità vera e sentita, che stabilirà nelle anime vostre e nelle vostre comunità la pace e la gioia santa che unisce i cuori a Gesù. Questo l’augurio sentito che la Madre vi fa giungere in questa S. Pasqua, fiduciosa che ognuna di voi coopererà a rimarginare questa piaga terribile che tende a distruggere lo spirito religioso nei membri della nostra cara Congregazione”.
E, infine, la conclusione: “Figliuole care, l’avvenire della nostra cara Congregazione è nelle vostre mani, scuotetevi e in questa Pasqua fate propositi santi”.
Critiche di questo tipo non erano usuali in Florenzia. Probabilmente negli ultimi mesi vi era una vena di pessimismo che l’amareggiava e che, di tanto in tanto, emergeva. Di più, proprio in questi ultimi mesi, scomparivano alcune compagne – suor Veronica e suor Nazarena – che erano state con lei fin dai primi momenti della creazione dell’istituto.
Il 18 febbraio 1956 Florenzia, che sente approssimarsi la propria fine, scrive a suor Pia, che era ancora in Sicilia, chiedendole, se possibile, di sospendere le visite in programma e tornare a Roma. È una lettera espresso che consegna alla segretaria generale per spedirla. Ma questa, oltre a spedire la lettera, decide di telefonare alla casa di Acireale dove era suor Pia per manifestarle le sue preoccupazioni. Niente di grave in apparenza, solo la pressione un po’ alta, ma il fatto che Florenzia avesse chiesto il rientro della vicaria l’aveva messa in allarme. La telefonata confermò a suor Pia alcuni presentimenti che lei stessa aveva avuto e così – “spinta da un incubo che la tormentava” – decise di partire senza frapporre indugi.
Il 19 suor Pia è già a Roma. Vi era arrivata la sera precedente a tarda ora, avendo viaggiato tutto il giorno, e non aveva voluto disturbare Florenzia. Ma la mattina del 20, alle nove, è già nella sua camera. La Madre sta benino e non sembra che sia prossima alla morte. È felice di vedere suor Pia e subito vuole essere messa al corrente di come vanno le cose in Sicilia e, in particolare, a Palermo e a Petralìa Sottana, dove vi erano stati problemi nella realizzazione delle nuove sedi. Parlano per tre ore fino a mezzogiorno e Florenzia vuole conoscere tutto, fin nei minimi particolari, delle case, ma anche delle suore, dei bambini assistiti, delle aspiranti alla vita religiosa, delle postulanti, delle novizie, delle opere di carità. Aveva nella sua testa, con grande lucidità, il quadro delle attività siciliane e con interesse voleva essere aggiornata.
Nel pomeriggio fa chiamare il padre francescano che le ha promesso la donazione di una villetta a Roma centro da parte di una benefattrice. È un problema che le sta molto a cuore. Ha sempre sperato – visto che Monte Mario risulta un po’ fuori mano – di potere avere una casa anche piccola a Roma dove potessero abitare le suore che dovevano frequentare le scuole. Meglio se fosse dalle parti di San Pietro, “per essere più vicine al Papa”. Il padre arriva subito e l’incontro si tiene nella cameretta di Florenzia, che lo accoglie seduta nella sua solita poltrona di legno, alla presenza di suor Pia e della segretaria generale. Ma padre Bernardo non ha novità e pare a Florenzia troppo evasivo. Essa, però, è pressata dal tempo che le sfugge e si rivolge al francescano con toni accorati: “Padre, Lei mi può aiutare, mi deve aiutare. Non ho più testa né gambe, non posso più muovermi, non posso più reggere l’istituto… Ci deve aiutare, segua la pratica della donazione della casa in città. Poi c’è da fare la chiesa, il progetto è pronto, desidero essere sepolta nella nuova chiesa vicina a Gesù, vicino alla Madonna, in mezzo alle mie figlie”.

2. Un transito sereno

  Quella del martedì, 21 febbraio 1956, fu la giornata fatidica. Pioveva e vi era umido e freddo. La mattina Florenzia non se la sentì di alzarsi per sedersi sulla sua poltrona come faceva sempre, ma rimase a letto. Questo fu il segnale che soffriva molto e le forze la sorreggevano sempre meno, anche se lei alle domande di come si sentisse rispondeva sempre “bene”. Chiese di parlare con don Traiano, il cappellano dell’istituto, ma questi era fuori sede e così suor Pia pensò di far venire il parroco di Nostra Signora di Guadalupe, che era la loro parrocchia e distava dalla casa un paio di centinaia di metri. Don Paolo arrivò subito e le suore gli suggerirono di dire che non erano state loro a chiamarlo, ma che era venuto di sua iniziativa per una visita di cortesia. Florenzia, che aveva compreso la preoccupazione delle consorelle, fu contenta di vederlo.
“Padre parroco, come faceva a sapere che stavo male?”, chiese con una punta di ironia.
“Madre – rispose sorridendo don Paolo –, il parroco sa tutto”. E, dopo questi convenevoli, la suora chiese di confessarsi. Dopo il parroco volle somministrarle il viatico, anche se Florenzia appariva serena nel volto, parlava e non manifestava nessun segno di crisi grave. Ed ora, aggiunse don Paolo, facciamo la comunione. “Non posso – rispose questa imbarazzata – ho fatto da poco colazione”. “Non importa – ribatté don Paolo –, la dispenso io”. E recitò le preghiere di preparazione e di ringraziamento alla comunione a voce alta e chiara.
Intorno al letto le suore, che nel frattempo, dopo la confessione erano sopraggiunte, prendendo posto nella stanzetta o sostando nel corridoio dinanzi alla porta, impietrite dal dolore, seguivano ogni suo movimento e ogni sua parola. Florenzia recitò alcune preghiere insieme al parroco, da sola ridisse la preghiera a Gesù crocifisso “Anima Christi”. Poi ripeté più volte: “Nel bel cuore di Gesù che mi ha redento, in pace io riposo e mi addormento”. Quindi, col suo solito sorriso, si fece aiutare a mettersi seduta nel letto e si mise a conversare col parroco chiedendogli perché da un po’ di tempo non invitava le sue suore ad andare in parrocchia e, in particolare, perché non le aveva invitate alla solenne festa dell’incoronazione della Madonna. Però, sia perché parlava piano, sia perché incespicava un po’ nelle parole, non si capiva tanto bene quello che diceva.
Si erano fatte già le 12,30 e, mentre conversavano, il parroco chiese se voleva amministrato quello che oggi si chiama sacramento dell’unzione degli infermi e che allora era conosciuta come estrema unzione. Florenzia acconsentì sorridendo, seguì attentamente tutta la cerimonia, vi partecipò con devozione, rispondendo “Amen” con voce chiara. Le suore, con il cuore straziato, seguivano i minimi movimenti della Madre, che in viso era serenissima.
In questo intervallo, arrivò anche il medico curante che le auscultò il cuore, disse che era un po’ debole, ma che non c’era una vera gravità, e andò via. Il parroco, a questo punto, volle darle anche la benedizione papale e, nell’atto che Florenzia ebbe Gesù crocifisso fra le mani, lo strinse forte e, a voce alta e chiara, disse: “Gesù, Gesù mio” e baciò il crocifisso con trasporto. Lo consegnò poi nelle mani del parroco, che lo posò sul tavolo, e ancora a voce alta disse: “Gesù, Gesù mio, Gesù bello”.
Quindi, rivolgendosi alle suore, disse: “Perdono tutte le suore, anche le più discole e benedico di cuore le vicine e le lontane”. Stette un po’ di tempo in silenzio, ringraziò don Paolo e questi, vedendo che stava benino, andò via. Erano le 13,30 e si era trattenuto per circa tre ore.
Accettò di mangiare qualcosa e volle alzarsi e sedersi sulla sua poltrona. Scesero a trovarla, per informarsi sulla sua salute, suor Biagina, che era stata a letto con acuti dolori intercostali, e suor Adele che, malgrado avesse la febbre, aveva voluto fare una visitina alla Madre. A questa, che le chiedeva come stesse, Florenzia rispose sorridendo: “Io sto bene, è lei che è tanto malata. Cerchi di salvaguardarsi”.
Le suore passarono il pomeriggio tutte intorno a Florenzia e – vedendola serena e attenta, come al solito, alla conversazione – si interrogavano perché mai il parroco avesse voluto amministrarle l’estrema unzione. A suor Ludovina, che durante l’assenza di suor Pia dormiva in camera con lei e, quindi, durante la notte si alzava diverse volte per assisterla, disse: “Lei vada a letto a riposare ora, io riposerò stanotte”. A suor Amalia, che di solito si occupava del bucato, disse: “Consegni presto la biancheria ad uso mio che mi servirà”. Riflettendo su queste frasi, suor Pia si chiese se fosse un indizio che Florenzia presagiva la propria morte. Ma non disse nulla a questo proposito. Alle 18,30 fece cena, mangiò come al solito e bevve acqua calda con succo di mandarino, perché sentiva freddo. Alle ore 19 volle che le suore andassero a cenare e rimasero a farle compagnia solo suor Ludovina e suor Amalia.
In questo intervallo, venne a trovarla don Traiano che era rientrato in istituto. Lei gli disse, contenta, che vi era stato don Paolo, di aver fatto la comunione e di aver ricevuto anche l’estrema unzione.
Se lei ha pazienza, Padre, vorrei esporle un ragionamento che sono venuta facendo in questi ultimi mesi e che è come un riassunto della mia vita spirituale. Il mio cammino spirituale. Il Padre le disse che era felice di ascoltarla e Florenzia riprese il discorso.

Interno della chiesa di Pirrera, oggi

“Vede, Padre, la cosa più importante nella mia vita è stata la preghiera, e cioè il dialogo con Gesù e con la Madonna. Ma forse, ancor prima della preghiera, è stato il silenzio. Le suore pensano che io sia un po’ fissata con il silenzio. E può essere vero. Con l’età anche alcuni valori finiscono con l’apparire manie. Ma per me il silenzio vuol dire l’incontro della mia anima con Dio. Il silenzio è una tale forza trasformatrice che ci fa scoprire la nostra povertà umana, la nostra incapacità, i nostri limiti. Il silenzio non è il nulla, ma è ascolto per cogliere la presenza di un altro che è oltre la percezione dei nostri sensi. Il silenzio è la premessa della preghiera, perché vuol dire fare spazio all’ascolto di Dio. Questo l’ho sempre saputo, fin da bambina, quando passavo lunghe ore in silenzio dinanzi al quadro della Madonna degli Angeli nella vecchia chiesetta di Pirrera a Lipari. E un giorno, il giorno della mia prima comunione, ho sentito finalmente la voce di Gesù.
Ho detto molte volte che “Gesù parla alle anime silenziose. Quando si accorge che nel nostro cuore si nutrono pensieri che non sono per lui, ci lascia sole e non si può conoscere la via che porta al cielo”. Sì, il silenzio è già preghiera. E la preghiera è stata per me l’alimento giornaliero, il sostegno a cui appoggiarmi nelle difficoltà. La preghiera fatta di ascolto e di dialogo. Dialogo con Gesù. Dialogo con la Madonna. Dialogo e meditazione. Anche il rosario è stato per me dialogo e meditazione. Un modo di comunicare con Dio lungo i misteri della fede.
Silenzio e preghiera sono fra loro connessi e uno introduce all’altro, così come la perfetta letizia e l’abbandono a Dio, che sono le altre tappe di questo cammino sulla strada dello Spirito.
La perfetta letizia è stato il passaggio, credo, più complesso. Mi riusciva difficile pensare come si potesse rimanere nella gioia interiore di fronte a eventi terribili, a disgrazie familiari, alla sofferenza che vedevi intorno a te. Il racconto di Francesco che torna da Perugia in una durissima notte d’inverno e, giunto al convento, non lo lasciano entrare, la prima volta che lo sentii mi parve una storiella, allo stesso tempo, irritante e divertente. Com’è possibile essere lieto, quando subisci un’ingiustizia? Com’è possibile non reagire?
È possibile – mi disse un giorno un frate francescano –, se al centro non ci sei tu, se non sei tu al centro dei tuoi pensieri, delle tue emozioni, del tuo mondo. Fino a quando non ti poni in un angolo e non occupi quel centro con Dio, non puoi. Per questo, la perfetta letizia pretende l’abbandono fiducioso a Dio.
Ho ancora nelle orecchie le parole di quel frate. Si chiamava padre Daniele e lo conobbi viaggiando sulla nave verso gli Stati Uniti e poi lo ritrovai a New York nella chiesa di Sant’Antonio. Quel viaggio verso l’America fu un momento importante della mia maturazione spirituale e, soprattutto, la notte terribile di tempesta quando pareva che dovessimo affondare e sentivo intorno a me grida e pianti. La mattina, la tempesta si era quietata e raccoglievamo morti e feriti. Allora mi sono detta che, se ero ancora viva, è perché l’aveva voluto Dio e, quindi, la mia vita non mi apparteneva più. Apparteneva a lui e dovevo vivere ogni momento nella gioia di servirlo. Da quel momento, per quanto forti fossero le preoccupazioni, mi dicevo che, se una cosa era bene che si verificasse, allora Dio avrebbe provveduto. Se c’era qualcosa che io avrei potuto fare, dovevo impegnarmi sino in fondo. Ma se le cose esorbitavano dalle mie possibilità dovevo affidarmi a lui.
Affidarsi a Dio non è lo stesso che fidarsi di Dio, è un passo in più. Vuol dire abbandonarsi a lui e avere la certezza che tutto quello che ti succede ha una finalità e questa finalità non può non essere buona perché viene da Dio. Le contrarietà sono le forti carezze di Dio. Le difficoltà, le prove arrivano perché Dio vuole saggiare la nostra fiducia in lui, ma lui stesso le avrebbe risolte. Alle mie suore, di fronte alle traversie, alle contrarietà e alle preoccupazioni, ho sempre detto: “Uniformiamoci alla volontà di Dio, il quale tutto sa risolvere per il nostro bene”.
Dio, Padre, non è mai stato per me un essere impersonale. È sempre stato una persona viva e vera. È stato Gesù e Gesù è stato l’unico e grande amore della mia vita. Gesù che mi parla attraverso la Scrittura, Gesù che mi parla nell’Eucaristia. Anche nella ricerca di Gesù Francesco mi è stato maestro. Il Gesù della povertà del Presepio, il Gesù dell’umiltà della Croce, il Gesù dell’annientamento dell’Eucaristia. Sono tre momenti che rendono Gesù vero, presente. Eppure fra questi tre momenti quello verso cui ho sempre provato un particolare trasporto è l’Eucaristia. Nell’Eucaristia Gesù si è annientato per rimanere con gli uomini per sempre. E così non siamo stati più soli. Alle mie suore, che si lamentavano qualche volta della solitudine in cui vivevano a Rosarno, a Castagnolino, in Brasile ho sempre ricordato: “Gesù dimora con voi e, quindi, avete tutto. Amatelo Gesù. Ditegli spesso: Gesù ti amo, resta con noi”. Per questo volevo che il primo pensiero nell’apertura di una casa fosse quello della cappella in cui celebrare la messa, possibilmente tutti i giorni.
L’Eucaristia è stata per me il centro della giornata e alle mie figliole dicevo di dividere la loro giornata in due periodi di raccoglimento: la prima metà in costante ringraziamento per l’eucaristia ricevuta la mattina, e la seconda mezza giornata vissuta nell’attesa della comunione dell’indomani.
L’amore per Gesù è stato il culmine del mio percorso. L’amore per gli uomini e, in particolare, per i più bisognosi non è che l’estensione di questo amore. Sì, l’amore è stato il movente di ogni aspirazione nella mia vita, di ogni opera intrapresa, l’amore che innalza all’Onnipotente un cantico di gioia, di gratitudine, di riconoscenza nel trambusto di una vita sacrificata, francescanamente vissuta. Nel povero mendicante, nell’ammalato che soffre, nella ragazza madre abbandonata, nel bambino senza affetti vedevo Gesù. Ho scritto alle mie figliole in Brasile, che tanti problemi hanno avuto nell’ospedale di Jatai: “Oh, come sarebbe bello, se in uno dei tanti ammalati trovaste Gesù in persona. Ma se non lo trovate visibile, lo troverete sempre invisibile. Quando avvicinate un ammalato, andate col pensiero che vedete Gesù”. E a tutte ho sempre ricordato che, quando un povero bussa alla porta, bisogna accoglierlo e aiutarlo, perché in lui c’è l’immagine di Gesù Cristo. Ecco, questo è il testamento che lascio alle mie figliole, un percorso per diventare sante non compiendo azioni straordinarie, ma affrontando i problemi di tutti i giorni lungo quella “piccola via” che ci ha indicato suor Teresa di Gesù Bambino”.

La casa della famiglia Profilio a Pirrera trasformata in casa di preghiera con la sua piccola cappella

Parlò a lungo Florenzia ed era veramente come se volesse consegnare a  don Traiano il proprio testamento spirituale. In alcuni momenti la voce sembrava spegnersi in gola ma, subito, riprendeva come se quel racconto fosse il canto della sua vita.
Dopo cena, il cappellano si incontrò con le suore e le tranquillizzò perché Florenzia era lucida e serena. Il tempo della ricreazione le suore lo passarono rimanendo attorno alla Madre e, all’orario delle preghiere serali, le chiesero la benedizione e andarono in cappella. A recitare le preghiere con Florenzia rimasero suor Pia e suor Ludovina e la Madre partecipò alle preghiere col solito fervore facendo sentire la propria voce.
Poi volle alzarsi e, mentre suor Pia le rifaceva il letto, suor Ludovina l’aiutava a sorreggersi. A un tratto esclamò: “Le forze mi vengono meno”. Subito suor Pia accorse e a stento le due suore la sorressero per fare quei pochi passi dalla poltrona al letto. Nell’attimo di mettersi a letto, Florenzia si sconvolse in viso e, mentre le suore cercavano di farle prendere la posizione più giusta che la aiutasse a respirare, chiuse per sempre gli occhi. Erano le 21 precise del 22 febbraio 1956,, l’orario in cui, in quel periodo dell’anno, la comunità andava a riposare. Subito accorsero le suore che si inginocchiarono intorno al letto e pregavano e piangevano. Accorse anche don Traiano per l’ultima benedizione e anche lui si raccolse in preghiera.

3. L’omaggio a Florenzia

Ricomposta la salma, le suore, don Traiano e le orfanelle più grandi, che chiesero di poter restare, passarono la notte in veglia di preghiera alternando, fra le lacrime, le orazioni con la lettura della passione e morte del Signore. 

La cerimonia dell’olio per la luce dinnanzi alla tomba di Madre Florenzia nella Cappella della Casa generalizia.

Il corpo rimase esposto nella sua stessa camera per due giorni, fino alle 18 del giovedì, quando Florenzia fu deposta nella cassa dalle sue stesse figlie e portata in cappella dove la bara rimase aperta tra una profusione di fiori e ceri accesi. Le suore vegliarono per tre notti e quasi tre giorni. La Madre per tutti i tre giorni conservò l’aspetto di una persona viva, soavemente addormentata, senza la freddezza e il pallore della morte.
Moltissime furono le autorità religiose, i sacerdoti, che vennero a sostare in preghiera. Così anche le suore della zona e poi un via vai di vicini, di parenti delle ragazze assistite, di famiglie amiche e di persone sconosciute. Le suore posarono sul corpo della Madre medagliette dell’Immacolata e piccoli crocifissi per poterli poi conservare come ricordo della defunta. La bara rimase aperta fino alle 10,30 del venerdì 24 febbraio. Quando si chiuse la bara, gli uomini addetti alla saldatura, avevano tentato di stendere le braccia lungo il corpo, ma fu inutile perché per ben due volte le mani da sole si ricongiungevano nella posizione primitiva, cioè a stringere il crocifisso, la corona del rosario e la santa Regola che erano sul petto.
Il  corpo di Madre Florenzia Profilio ora riposa nella chiesa della Casa generalizia dell’Istituto a Roma in via delle Benedettine. Dal luglio del 1980 è iniziato il cammino verso il riconoscimento della sua santità ed il 14 aprile 2018 il Santo Padre ha firmato il decreto col riconoscimento delle virtù eroiche della Serva di Dio e l’attribuzione quindi del titolo di Venerabile..
                                                                                           (10.Fine)

Oggi, 3 ottobre: San Gerardo di Brogne


San Gerardo di Brogne
























Gerardo nacque intorno all'898 a Stapsoul, vicino a Lomme, nella regione di Namur. Era figlio di Sancio, proprietario di territori tra la Sambre e la Mosa, e da parte di madre era forse nipote del vescovo Stefano di Liegi. Il suo biografo dice che, a partire dalla sua giovinezza, fece mostra di rare qualità morali e fisiche e che si dedicò a una brillante carriera come cavaliere al servizio del conte Berengario di Namur. Un giorno che stava rientrando da una battuta di caccia, Gerardo, passando da una delle sue proprietà, entrò nella chiesa di Brogne. Volendo assistere alla messa chiese un sacerdote e, mentre lo aspettava, si raccolse e si addormentò. In sogno vide san Pietro passeggiare attorno a una piccola chiesa e invitarlo a costruire un oratorio e a farvi arrivare le reliquie di Eugenio, martire di Toledo. Gerardo domandò come fare, e san Pietro gli rispose che non esiste niente di impossibile per Dio" e che bisognava distruggere la chiesa esistente per rimpiazzarla con un edificio più grande di cui dava le dimensioni. Al suo risveglio, Gerardo decise di obbedire all'apostolo.

Senza dubbio Gerardo non sapeva niente sull'esistenza di S. Eugenio. La storia della 'traslazione di S. Eugenio a Brogne" ci dice che questo vescovo era stato compagno di S. Dionigi e che, mentre il secondo stava evangelizzando la regione parigina, egli giunse a Toledo dove operò numerose conversioni e fondò la cattedrale. Tuttavia, desideroso di rivedere l'amico Dionigi, Eugenio partì alla volta della Gallia; arrivato a Deuil (oggi DeuillaBarre, nella Val d'Oise), venne a conoscenza del martirio di Dionigi e dei suoi amici e compose un inno in loro onore. Fatto presto prigioniero dai pagani, venne a sua volta martirizzato. I suoi assassini ne gettarono il corpo nello stagno del Marchais, vicino a Deuil. In seguito, un proprietario del luogo sognò un vecchio che gli disse che avrebbe trovato il corpo di Eugenio e che avrebbe dovuto seppellirlo onorevolmente.

In compagnia di un rappresentante del vescovo Stefano di Liegi, Gerardo si recò inizialmente presso il priorato di Deuil, ove ricevette le reliquie di S. Eugenio, poi a SaintDenis, ove poté soggiornare per qualche tempo. La traslazione di S. Dionigi a Brogne venne compiuta nel mese di agosto del 919. Gerardo ricevette anche diversi oggetti, qualche manoscritto, un altare portatile, e pare che sia tornato con alcuni monaci di SaintDenis, che decisero di popolare il nuovo monastero. Con un atto che reca la data 2 giugno 919, Gerardo aveva stabilito d'impiegare parte delle rendite delle sue proprietà per questa fondazione. Il 27 agosto 921 ottenne un attestato d'immunità da Carlo il Calvo. E difficile sapere se Gerardo in quel momento fosse abate, oppure se abbia ottenuto la direzione dell'abbazia solo in un secondo tempo. Alcuni storici hanno supposto che egli avesse ricevuto l'ordinazione a sacerdote soltanto nel 927, e che prima di insediarsi definitivamente a Brogne avesse compiuto alcuni soggiorni d'istruzione a SaintDenis.

È noto che egli si recò a Tours per ottenere alcune reliquie di S. Martino e che là incontrò l'abate laico di S. Martino di Tours, Ugo il Grande, che era anche abate di SaintDenis. In una data che è difficile precisare, sotto l'episcopato del vescovo di Liegi Ricario, successore di Stefano (921945), l'oratorio fu benedetto, le reliquie messe in una cassa e il monastero posto sotto la protezione di S. Eugenio. Tali reliquie erano destinate a rimanere in quello stesso luogo eccetto che nel 954 quando, minacciate da un'invasione degli Ungheresi, i monaci si ritirarono momentaneamente a Namur. C. era stato tentato dalla vita eremitica. Le grandi foreste delle Ardenne che circondavano il monastero gli apparivano come un rifugio per prega solitudine: questo almeno è quanto riferis seconda Vita di Gerardo I monaci desideravano averlo come abate. Tuttavia, a causa della sua tà già conosciuta, Gerardo non era destinato a rimi a lungo a Brogne.

Le prime riforme di san Ghislano
Il duca Gisleberto di Lorena (m. 939) in essendo venuto a conoscenza della fama di Gerardo lo chiamò per riformare l'abbazia di S. Ghislano. Questa, fondata nel VII secolo, a partir dalla cella di un santo era stata distrutta durante le invasioni normanne, quindi era caduta in mano ai laici. Nel 930 furono ritrovate le reliquie di S. Ghislano. Si verificarono alcuni miracoli e il vescovo di Cambrai dette il via alla traslazione di queste reliquie nella chiesa di santi Pietro e Paolo, le pose in alto perché tutti potessero vederle e, forse, per metterle in salvo dai furti. Le reliquie, infatti, divennero oggetto di disputa tra il popolo di Mons e quello di Maubeuge. Fu istituito un collegio di canonici, che però non dette esempio di vita regolata. I canonici, in realtà, portavano in processione le reliquie per il vicinato solo al fine di incrementare le proprie rendite. Ora Gisleberto, che era già abate laico di Stavelot, di S. Massimino a '14reviri e di Echternach, voleva entrare in possesso di S. Ghislano, che si trovava nell'Hainaut. Come egli aveva introdotto la riforma per Stavelot, volle fado anche per S. Ghislano. Dopo aver avuto urta visione del santo fondatore che gli chiedeva di restaurare la regola benedettina, si rivolse a Gerardo intorno al 93 i, e lo nominò abate. Quest'ultimo riuscì a recuperare le terre che erano state date ai laici, a ricostruire l'abbazia e a restaurare le funzioni liturgiche. Permise dunque che a S. Ghislano si conducesse quella vita regolare che aveva conosciuto poco tempo prima delle invasioni normanne. Il suo successo arrivò sino in Fiandra, e fu allora che intervenne il conte Arnolfo.

Le riforme in Fiandra
In Fiandra, come dappertutto, le invasioni dei popoli scandinavi avevano fatto scomparire la vita regolare nelle abbazie, e i laici ne avevano approfittato. Molti monasteri erano stati trasformati in collegiate, vale a dire che i canonici vi conducevano una vita più o meno religiosa. Dopo il 918 la contea di Fiandra era amministrata da Arnolfo, detto Arnolfo il Grande (918965). Suo padre, Baldovino II, era riuscito a conquistarsi una contea che si estendeva al di là dei golfi dell'Yscr e dell'Aa, arrivava sino a Tournesais e oltrepassava, a sud, le colline dell'Artois. Arnolfo continuò la politica paterna e seppe approfittare in maniera stupefacente dei conflitti che vedevano opposti re carolingi contro principi robertingi e normanni. Era un valente cavaliere, spesso violento ma molto pio, e come molti dei suoi contemporanei amava collezionare reliquie. Desiderava che entro i confini della sua contea fosse restaurata la consuetudine religiosa nei numerosi monasteri. La Vita di Gerardo ci dice che Arnolfo, sofferente di calcoli renali, avendo sentito parlare dell'abate di Brogne chiese a quest'ultimo di venire. C. andò, persuase il conte che i suoi peccati erano all'origine della sua malattia e gli disse di riparare ai propri errori distribuendo i suoi beni; lo fece digiunare per tre giorni, celebrò la messa e infine operò la guarigione. Il conte offrì allora a Gerardo tutto ciò che volle. Questi rifiutò l'oro e l'argento, accettando infine solo qualche dono che distribuì ai poveri, ai monaci e al suo giovane monastero di Brogne. D'altra parte, Arnolfo fece stilare un atto in cui decise di donare un possedimento terriero al monastero di S. Pietro di Gand, in cui si trovavano sepolti i suoi genitori, c affidò la riforma di tale monastero all'abate Gerardo

S. Pietro di Gand (detta anche SaintPierreauMontBlandin) era stata fondata da S. Amando, con l'aiuto di Dagoberto, nel VII secolo. Un compagno di S. Amando, S. Bavone, aveva fondato un altro monastero che aveva ricevuto il suo nome e che era divenuto la cattedrale di Gand. Tra questi due monasteri esisteva, di conseguenza, una forte rivalità. Il conte Arnolfo decise di riformare anche il monastero di S. Bavone, di cui era abate laico. Gerardo fu nominato abate di S. Pietro, ma rifiutò questo titolo per S. Bavone. Fece porre, nel 946, le reliquie del santo all'interno del monastero restaurato e riuscì a raccogliere tutti i beni usurpati dai laici intorno al complesso. Nel 953 Gerardo ottenne la nomina ad abate di suo nipote Guido.

Le riforme degli abati di Gand ebbero conseguenze sulla vita monastica in Inghilterra, dove tutto era ancora da rivedere. Là moltissimi monasteri erano ancora affidati ai laici o popolati da canonici. A Glastonbury, S. Dunstano osservava la regola benedettina dal 940. Essendo stato esiliato nel 955 dal re Edwy, Dunstano si recò presso il conte di Fiandra Arnolfo il Grande e conobbe la riforma che Gerardo aveva messo in ano nei monasteri di Gand. Allorché fece ritorno in Inghilterra nel 957, Dunstano, dopo essere stato nominato vescovo quindi arcivescovo di Canterbury, applicò questa riforma nei monasteri dell'Inghilterra. Al sinodo di Winchester, nel 972, re Edgardo invitò a partecipare i monaci di Gand, nonché i monaci di FleurysurLoire, il re d'Inghilterra non poteva che accogliere bene lo spirito riformista di Gerardo che dava grande spazio al potere laico nella restaurazione delle abbazie.

Riforma di SaintBertin, SaintRiquier e SaintAMand

Il provvisorio insediamento di Dunstano a Gand non era fortuito, in quanto allora esistevano stretti vincoli tra la Fiandra e l'Inghilterra. All'epoca di Alfredo il Grande, alcuni monaci di SaintBerti n avevano già svolto un ruolo importante nella restaurazione dei monasteri inglesi. Nel 944, il conte Arnolfo recuperò l'abbazia di SaintBertin ed espresse la volontà di far riformare i monaci. Essi però si rifiutarono e la popolazione prese le loro parti. Alla fine qualche monaco rimase nell'abbazia mentre gli altri partirono alla volta dell'Inghilterra. Con l'aiuto di un monaco di SaintEvre di Toul e di Womar del Mon tBlandi n, Gerardo riformò SaintI3ertin di cui, nel 950, fu nominato abate un nipote di Arnolfo il Grande. Due anni prima Arnolfo aveva già approfittato della conquista di MontreuilsurMer per annettere SaintRiquier. Questa illustre abbazia, che aveva avuto i suoi momenti di gloria in epoca carolingia, aveva anch'essa sofferto le incursioni dei popoli scandinavi. Gerardo e Arnolfo vi posero un abate di nome Fulcherico. Nel 951, poiché Ugo il Grande aveva minacciato l'abbazia, le reliquie di SaintRiquier furono trasferite a SaintBertin.

Per inciso, l'abbazia di SaintRiquier doveva in seguito essere annessa definitivamente da Ugo Capeto. TI monastero di San Vedasto, al contrario, rimase in mano al conte di Fiandra e venne pure restaurato. Infine, Gerardo di Brogne influenzò in maniera considerevole la riforma della chiesa di SaintAmand. Il monastero, fondato a Elnone dal santo vescovo Amando, dall'inizio del X secolo era nelle mani della famiglia aristocratica degli Edward. 11 conte di Fiandra volle recuperare questo monastero, e nel 952 nominò il monaco Iieodrico abate di Elnone, in presenza dei vescovi di Cambrai, di Noyon, di lburnai e dell'abate Gerardo ra certo che Gerardo di Brogne svolse un ruolo determinante nel restauro del monastero di SaintAmand e che fu in grado, anche là, di recuperare i beni confiscati dagli aristocratici laici.

Riforma a Reims e tentativo di rifirma in Normandia
La contea di Fiandra e l'arcivescovato di Reims erano in relazione perché Arnolfo era il genero di Lrberto di Vermandois, che aveva posto il proprio figlio Ugo sul trono episcopale di Reims. Ugo, che era al tempo stesso abate di San Remigio a Reims, chiese a Gerardo di recarsi a restaurare quell'abbazia e lo nominò preposto. Ciò accadeva intorno al 940. Questa riforma venne in seguito completata da un monaco di
duca Riccardo era, come il suo collega Arnolfo, desideroso di trasformare i monasteri e di farne delle case di preghiera. Le abbazie di Jumièges e di Fontenelle erano state abbandonate al momento delle invasioni normanne e i monaci si erano ritirati all'interno dei territori. Quelli di Fontenelle (attualmente Saio tWandrille) avevano riparato nel nord e avevano portato le reliquie del loro kmdatore a Roulogne.

Il conte Arnolfo, appassionato di reliquie, era riuscito in compagnia di Gerardo a raccogliere questi tesori portandoli da Boulogne a Gand. Gerardo entrò così in relazione con la comunità di SaintWandrille. Nella stessa epoca, si dice, un certo Torf il Ricco era solito cacciare in una foresta in cui si trovava anche l'abbazia di SaintWandrille. Un cervo che egli stava inseguendo si rifugiò presso un altare della basilica in rovina. 'l'od, commosso da questo prodigio, decise di restaurare l'abbazia e di richiamare i monaci.

Secondo alcuni testi, Gerardo si sarebbe recato a Rouen presso Riccardo di Normandia intorno al 955, all'epoca in cui Arnolfo di Fiandra guidava una spedizione verso il sud. Ma non riuscì a convincere il duca di Normandia, e fu il suo discepolo Menardo, proveniente da un'importante famiglia della Lorena, a restaurare SaintWandrille nel 960. Vi riuscì così bene che il duca Riccardo Ti gli chiese di restaurare anche MontSaintMichel. Quanto a Gerardo, egli ritornò a Brogne portando un'insigne reliquia, poiché si trattava del cranio di S. Vandregisilo, attualmente conservato nell'abbazia di Marcdsous, presso Dinant.

La riforma di Gerardo
Non è possibile confrontare la riforma di Gerardo con quella di Cluny, sua contemporanea. Certamente, Gerardo é desideroso di osservare la regola benedettina e sacrifica le proprie ricchezze alla povertà monastica. Quando rifiuta l'oro e l'argento che gli promette il conte Arnolfo, egli risponde: "Abbiamo lasciato i beni che ci appartenevano, come potremmo accettare i beni degli altri? I monaci che su questa terra cercano a proprietà provano, con ciò, di non essere veri monaci. Se essi si attaccano al denaro sono solo lei lebbrosi. Accatastare ricchezze, cos'altro mesto per dei monaci se non una lebbra dell'Anima?". Ma Gerardo non sa immaginare un monastero senza beni fondiari, e tutti i suoi sforzi di restaurazione hanno per obiettivo il recupero delle terre abbandonate ai laici. Più restauratore che riformatore, vuole tornare alla situazione antecedente e ottenere delle restituzioni. Fa innalzare alcune costruzioni, vi pone reliquie, chiede ai monaci di aprire officine per gli amanuensi e di edificare delle biblioteche. Gerardo è un monaco di stampo carolingio: non riesce a immaginare un'abbazia indipendente dal potere temporale.

L'esenzione, che Cluny cercherà di ottenere, gli è totalmente estranea. Quando i principi, in particolare il conte di Fiandra, sono ben disposti alla riforma, occorre evidentemente collaborare con loro. Gerardo, per la sua origine sociale, si sente molto vicino al potere laicoaristocratico. D'altra parte, come restauratore vuole il ritorno alla regola di S. Benedetto; non ama i monasteri che alcuni canonici occupano non obbedendo a nient'altro che alla propria fantasia. La regola, nella sua perfezione e nella sua precisione, dev'essere seguita da tutti, dall'abate e dai monaci. Chiamato a dirigere numerose abbazie, Gerardo avrebbe potuto avere l'idea di costituire una sorta di famiglia di cui Brogne fosse il capo, ma anche qui si distingue dai Cluniacensi. A suo avviso ogni abbazia, sotto la protezione di un conte o di un duca, deve avere una certa autonomia.

Quanto alla spiritualità di Gerardo, è difficile farsene un'idea. I suoi biografi lo presentano come un devoto dell'eucaristia: nel corso della messa, che officia ogni giorno — fatto che all'epoca doveva essere eccezionale — si verificano alcuni miracoli, come la guarigione del conte Arnolfo o quella d'un vecchio cieco che si è lavato il volto con l'acqua che Gerardo si era fatto versare sulle mani durante le abluzioni liturgiche. Infine, come non ricordare la sua devozione per le reliquie? Al pari dei suoi contemporanei, Gerardo è alla ricerca di reliquie, siano esse quelle di S. Eugenio, di S. Vandregisilo o dei santi Innocenti che trasportò dalla chiesa di SalleslèsChimay. Egli ha bisogno di proteggersi, ma anche di avere un contatto diretto con i fondatori delle chiese. Se Eugenio è il santo patrono di Brogne, è per il fatto che è stato amico di Dionigi, secondo la tradizione discepolo di S. Paolo e inoltre martire.

La morte di Gerardo e il suo culto
Al termine della sua vita, Gerardo si sarebbe recato a Roma. Beneficiato da san Pietro di una visione in giovane età, avrebbe voluto così ringraziare il successore di Pietro e avrebbe inoltre ottenuto un privilegio da papa Stefano VIII. Alcune recenti ricerche hanno comprovato che tale atto è un falso fabbricato a Brogne a metà dell'XI secolo; d'altra parte Gerardo avrebbe potuto fare comunque un pellegrinaggio a Roma. Durante il viaggio si verificò un miracolo, poiché egli protesse il carro che stava per rotolare in un precipizio fra le Alpi con le pietre in porfido destinate ad abbellire la chiesa di Brogne. Gerardo mori il 3 ottobre 959. Filiberto, cappellano di Ottone I, gli successe in qualità di abate. Più d'un secolo dopo, un monaco di S. Ghislano scrisse una prima Vita su richiesta dell'abate di Brogne. Occorre attendere il marzo del 1131 perché papa Innocenzo II, che si trovava a Liegi, canonizzi Gerardo; cosa che venne ratificata dal concilio di Reims nell'ottobre del 1131. Le reliquie dell'abate furono trasportate in una cassa e vi rimasero sino al XVII secolo.

Nel 1617 fu adibita una nuova cassa e creata una confraternita in ordine di San Pietro e San Gerardo. L'abate di Brogne è venerato nelle abbazie da lui riformate, in particolare a S. Bavone di Gand, ma anche a Waulsort, che è stata riformata da vescovi lotaringi.

PRATICA. Per Dio nulla è impossibile, impariamo ad ammirare il Signore e a credere in lui in ogni momento della nostra vita

PREGHIERA. Oh Signore aiutaci nella preghiera e fa che il nostro Santo Gerardo interceda per noi.

Buongiorno. Oggi è venerdì 3 ottobre.


 

giovedì 2 ottobre 2025

Sciopero generale di domani "pro fottiglia": I collegamenti minimi garantiti da Caronte&Torist

Messina - 02/10/2025 - In previsione dello sciopero generale di venerdì 3 ottobre proclamato dalle organizzazioni sindacali CGIL e Unione Sindacati di Base in difesa della Flotilla, dei valori costituzionali e per Gaza, il Gruppo Caronte & Tourist ha predisposto lo schema dei servizi minimi da assicurare nello Stretto di Messina e da e per le isole minori individuando navi e lavoratori comandati.

Nello specifico, Caronte & Tourist comunica che nelle ventiquattro ore di sciopero (dalle ore 00:00 alle ore 23:59) saranno in servizio nello Stretto due navi tra Rada San Francesco e Villa San Giovanni e una nave ogni due ore tra Tremestieri e Villa San Giovanni.

Per quanto concerne invece le isole minori, saranno in servizio tre navi da e per le Eolie; due navi da e per le Egadi; una nave da e per Ustica; una nave da e per Pantelleria; una nave da e per le Pelagie


Ulteriori informazioni saranno disponibili online sul sito del Gruppo Caronte & Tourist (carontetourist.it).

Continuità territoriale marittima – Grave preoccupazione dei Comitati 20-30 e Trasporti Eolie per le scelte della Regione Siciliana

Comunicato stampa

Lipari, 2 ottobre 2025 

Oggetto: Continuità territoriale marittima – Grave preoccupazione per le scelte della Regione Siciliana

Il Comitato 20-30 e il Comitato Trasporti Isole Eolie esprimono forte preoccupazione per l’esito dell’incontro tenutosi il 29 settembre 2025 presso la Regione Siciliana sul tema della continuità territoriale marittima.

La convocazione, avvenuta con *tempistiche inadeguate e senza obiettivi chiari, ha impedito un confronto serio e condiviso, escludendo le comunità locali, le associazioni e le categorie economiche. Un metodo che mina la credibilità delle istituzioni e tradisce il principio di partecipazione democratica. Ancora più grave è stata l’assenza dei sindaci, interlocutori fondamentali in un processo che riguarda la vita quotidiana delle nostre isole.

Durante la riunione sono emerse contraddizioni allarmanti: da un lato si è parlato di rafforzamento del servizio e di mantenimento degli itinerari e delle frequenze, anche alla luce dell’aumento delle risorse da 55 a 105 milioni di euro; dall’altro si è annunciata la cancellazione dei collegamenti con la Calabria e la soppressione della storica linea Napoli–Eolie.

Questo doppio linguaggio genera sfiducia e disorientamento. Inoltre, la comunicazione che non sono previsti ulteriori incontri in presenza, ma solo la possibilità di inviare note scritte, appare come un tentativo di chiudere il dialogo, relegando i cittadini al ruolo di spettatori passivi di decisioni già prese.

La soppressione dei collegamenti con Napoli e con la Calabria rappresenterebbe un atto politico gravissimo. Non si tratta di una semplice modifica tecnica, ma di una scelta che condannerebbe le Eolie e in particolare l’isola di Stromboli a un isolamento inaccettabile. Questi collegamenti sono la nostra autostrada sul mare, il nostro ponte vitale verso il continente, essenziali per garantire diritti fondamentali come salute, studio, lavoro e mobilità.

Chiediamo con forza:

  La convocazione urgente di un nuovo incontro con le parti sociali 

  L’istituzione di un tavolo tecnico permanente e di un osservatorio territoriale, con la presenza diretta delle isole minori, delle categorie produttive e delle amministrazioni locali 

  La garanzia di tariffe certe e trasparenti, definite con criteri analoghi a quelli dei servizi integrativi regionali, per evitare aumenti spropositati come quelli già verificatisi (fino al +56%)

Eventuali fluttuazioni dei flussi turistici o eventi straordinari non possono ricadere sui cittadini: deve essere lo Stato, attraverso le linee di continuità territoriale, a farsi carico della sostenibilità economica del servizio.

Oggi, la Regione Siciliana, il Governo nazionale e le comunità delle isole minori hanno l’opportunità di ripensare il sistema dei collegamenti marittimi in modo equo, stabile e rispettoso delle esigenze reali dei territori. Non sprechiamo questa occasione: apriamo all’ascolto e costruiamo insieme soluzioni concrete.

Comitato 20-30 

Comitato Trasporti Isole Eolie

Accadde oggi...nel 2005


 

Collegamenti con le isole minori. Vertice sui nuovi bandi di gara. L'articolo del direttore Sarpi sulla Gazzetta del sud del 2 ottobre 2025


 

Auguri ai neo sposi Antonio Quadara e Annalise Donato

Gioia e amore vi accompagnino per tutti i giorni della vostra vita insieme. 

Auguri di cuore

Alicudi, impossibile catturare altre capre. L'articolo del direttore Sarpi sulla Gazzetta del sud del 2 ottobre 2025