Riprendiamo da fb, condividendolo in pieno, un post - riflessione dell'imprenditrice turistica Valentina MarinoIn un piccolo arcipelago come le 𝐄𝐨𝐥𝐢𝐞,
il 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐢𝐩𝐥𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐞𝐜𝐨𝐧𝐨𝐦𝐢𝐜𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐭𝐮𝐫𝐢𝐬𝐦𝐨 è evidente: un euro speso in un albergo, in un ristorante o in un’agenzia non si ferma lì. Diventa lavoro per dipendenti, fornitori, trasportatori, commercianti, artigiani, elettricisti, idraulici, manutentori e professionisti. Circola, genera altro reddito e sostiene famiglie che apparentemente con il turismo hanno poco a che fare.
A Lipari questo meccanismo è ancora più importante perché, negli anni, 𝐥𝐞 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐞 𝐟𝐨𝐧𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐞𝐜𝐨𝐧𝐨𝐦𝐢𝐚 𝐬𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐩𝐫𝐨𝐠𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐯𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐚𝐳𝐳𝐞𝐫𝐚𝐭𝐞 𝐨 𝐝𝐫𝐚𝐬𝐭𝐢𝐜𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐫𝐢𝐝𝐨𝐭𝐭𝐞: la Pumex non esiste più, la pesca è ormai marginale, mentre il peso occupazionale della pubblica amministrazione e dei servizi pubblici si è fortemente assottigliato.
𝐏𝐢𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚 𝐨 𝐦𝐞𝐧𝐨, 𝐨𝐠𝐠𝐢 𝐞̀ 𝐬𝐨𝐩𝐫𝐚𝐭𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐭𝐮𝐫𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐚 𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐝𝐚𝐥𝐥’𝐞𝐬𝐭𝐞𝐫𝐧𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐥 𝐝𝐞𝐧𝐚𝐫𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐨𝐢 𝐬𝐢 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐫𝐢𝐛𝐮𝐢𝐬𝐜𝐞 𝐬𝐮𝐥 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨.
Per questo occorre una buona dose di miopia per trasformare proprio chi investe, produce reddito e garantisce posti di lavoro nel 𝐧𝐞𝐦𝐢𝐜𝐨 𝐝𝐚 𝐚𝐝𝐝𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞. Le storture del turismo vanno governate, certamente.
Ma governare è cosa ben diversa dal demonizzare. E soprattutto, prima di colpire l’unico motore rimasto acceso, sarebbe opportuno chiedersi cosa accadrebbe se si spegnesse anche quello.
È qui che entra in gioco la responsabilità di chi amministra. 𝐈𝐧 𝐮𝐧 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨 𝐭𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐟𝐫𝐚𝐠𝐢𝐥𝐞 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐢𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐮𝐝𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐛𝐮𝐨𝐧 𝐩𝐚𝐝𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐟𝐚𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐚: conoscere gli equilibri economici del proprio paese, tutelare ciò che produce valore, correggere ciò che non funziona e perseguire il bene comune.
Quando,invece, un’amministrazione sembra avulsa dal territorio e dalle sue dinamiche, il rischio è che la politica smetta di risolvere i problemi e cominci a crearne di nuovi.
Ancora più grave è quando il confronto viene sostituito dai 𝐩𝐫𝐨𝐜𝐥𝐚𝐦𝐢 𝐬𝐮𝐢 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥, magari lanciando accuse e impedendo poi il contraddittorio. 𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐮𝐧 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐫𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐫𝐞𝐩𝐥𝐢𝐜𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐨: 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐬𝐨𝐥𝐢𝐥𝐨𝐪𝐮𝐢𝐨. E scegliere di parlare soltanto dove si può decidere chi abbia diritto di rispondere tradisce una concezione quantomeno autoritaria del confronto pubblico: il dissenso non si confuta, si silenzia.
Ed è forse questo l’aspetto più desolante: 𝐥𝐚 𝐩𝐨𝐜𝐡𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞 𝐢𝐥 𝐩𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚.Il bene comune scompare dietro le sfide personali, i problemi reali diventano pretesti per proclami e chi lavora viene trasformato nell’avversario da colpire.
𝐔𝐧 𝐩𝐚𝐞𝐬𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐠𝐨𝐯𝐞𝐫𝐧𝐚 𝐚 𝐜𝐨𝐥𝐩𝐢 𝐝𝐢 𝐩𝐨𝐬𝐭 𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐚𝐦𝐦𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐬𝐢𝐥𝐞𝐧𝐳𝐢𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥𝐞 𝐫𝐞𝐩𝐥𝐢𝐜𝐡𝐞. 𝐒𝐢 𝐠𝐨𝐯𝐞𝐫𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐢𝐥 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨, 𝐚𝐬𝐜𝐨𝐥𝐭𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐜𝐡𝐢 𝐥𝐨 𝐭𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐢𝐧 𝐩𝐢𝐞𝐝𝐢 𝐞 𝐚𝐯𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐥’𝐮𝐦𝐢𝐥𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐬𝐨𝐬𝐭𝐞𝐧𝐞𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐚𝐝𝐝𝐢𝐭𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨. 𝐀𝐥𝐭𝐫𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐬𝐨𝐥𝐭𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐥’𝐞𝐜𝐨𝐧𝐨𝐦𝐢𝐚 𝐚 𝐢𝐦𝐩𝐨𝐯𝐞𝐫𝐢𝐫𝐬𝐢: 𝐬𝐢 𝐢𝐦𝐩𝐨𝐯𝐞𝐫𝐢𝐬𝐜𝐞, 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐨 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐩𝐞𝐫𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨𝐬𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞, 𝐥𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐳𝐢𝐚.