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mercoledì 19 dicembre 2012

IL MISTERO DEGLI STABILIZZATI, MERCENARI DELLA POLITICA


In queste ore c’è chi cambia casacca, chi viene confermato e chi, invece, resta in parcheggio e fa tapezzeria nel gruppo misto, in attesa di ingaggio. Lo start–up di ogni legislatura, ormai da più di un decennio, mette in scena l’ammuina  nei Palazzi delle assemblee legislative. Chilli che stann’ a dritta vann’ a  sinistra e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta: tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppae chilli che stanno ncoppa vann’ bascio passann’ tutti p’o stesso pertuso:e chi nun tene nient’ a ffà, s’ aremeni a ‘cca e a ‘ll à”.
L’ammuina è organizzata in modo inappuntabile, come solo la politica sa fare, quando gioca in casa, nelle sedi istituzionali. La subiscono, in qualche modo, gli stabilizzati, una categoria di lavoratori che non ha eguali in Italia ed in alcuna parte del mondo. Gli stabilizzati sono i dipendenti, ma non troppo, dei gruppi parlamentari: un passo avanti rispetto ai precari, i portaborse, i centunisti, gli articolisti, i trattoristi senza trattori siciliani, ecc – ma molti passi indietro rispetto ai dipendenti delle assemblee legislative, per reddito e status symbol. Sono gli unici dipendenti pubbblici assegnati ad associazioni private – i gruppi parlamentari – e pagati da una pubblica amministrazione attraverso dazioni mensili consegnate a datori di lavoro privati. Sono altresì gli unici raccomandati che non sanno mai dove sbattere la testa, gli unici privilegiati trattati a pesci in faccia. Sono donne e uomini entrati nel mondo del lavoro al seguito di un partito, ideologizzati fino al midollo, che dovono indossare la divisa del “nemico”. “Mercenari” senza vocazione. Una cosa unica. Fra loro si annidano scansafatiche e incompetenti, ma anche fior di professionisti, stakanovisti, uomini e donne diligenti. C’è chi timbra il cartellino e chi riceve il bonifico in banca senza bisogno di raggiungere il posto di lavoro. C’è chi ha tanto e chi ha poco. Rappresentano, nel loro piccolo – sono appena 78 a Palazzo dei Normanni (parecchie centinaia nel Parlamento nazionale) – la metafora del Bel Paese. Una categoria dello spirito, secondo qualcuno; i paria della casta, secondo altri.
Di loro si è parlato poco e niente fino a che due gruppi parlamentari – l’Udc due anni or sono, il Pdl nei giorni scorsi – non hanno fatto outing, confessando di essere in bolletta, di dovere chiedere un congruo prestito all’Assemblea regionale siciliana e tagliare gli stipendi.
Com’è possibile?
I gruppi parlamentari ricevono contributi ordinari e straordinari ed i partiti che li hanno fatti nasceredispongono di lauti rimborsi elettorali forfettari, non dovrebbero avere conti in rosso. In più, al di là dello Stretto spendono e spandono – dalle munizioni per la carabina allo champagne, i viaggi e i videogiochi, com’è stato scoperto in Lazio e Lombardia – mentre a Palazzo dei Normanni si piange miseria. Fa più scandalo scialacquare o consumare il budget senza sapere come e perché?
Palazzo dei Normanni vive questo enigma, mentre il ricordo delle visite delle Fiamme Gialle, disposte dalla procura della Repubblica di Palermo, in piena estate, non è affatto sopito. Se questo ricordo non è stato rimosso c’è più di una ragione: l’indagine conoscitiva della Procura è in corso, l’ammanco dei soldi per pagare gli oneri previdenziali non è cosa da niente.
C’è chi si domanda perciò se il buco di bilancio sia fisiologico, trattandosi di partiti e di politica arriffona, una tempesta in un bicchiere d’acqua dunque, o una cosa terribilmente seria, risultato di una maldestra tenuta dei conti, elargizioni non dovute, che può finire sulla scrivania del Procuratore della Repubblica.
I pareri sono discordi. Certo è che il buco di bilancio denunciato dal capogruppo parlamentare del Pdl, Francesco Scoma, appena preso possesso della cassa, ha messo in circolo tossine che non potranno essere eliminate in quattro e quattro otto. L “crisi” di risorse inciderà sugli stipendi e c’è chi ha retribuzioni molto “risicate” e non ha voglia di subire gli eventi.
Gli stabilizzati, è bene ricordarlo, ricevono la retribuzione principale dall’Assemblea attraverso i gruppi, e una integrazione, molto variabile, da parte del gruppo di appartenenza. Questa doppia “fonte” di approvigionamento crea una giungla retributiva che è stata causa tensioni.
Il vice presidente dell’Ars, Antonio Venturino (M5S), ha affrontato la questione, avventurandosi in un’area finora inesplorata o quasi, attraverso un censimento del personale stabilizzato. Non basta, ma è già tanto rispetto al passato.
Se siamo pagati attraverso il gruppo parlamentare con le risorse elargite dall’Ars sotto forma di contributo ad personam, sostengono alcuni stabilizzati, se ne deve dedurre che le risorse appartengono al dipendente.  Siccome gli oneri fiscali e previdenziali devono essere pagati in parte dai lavoratori e in parte dai datori di lavoro, significa che i gruppi non possono omettere di pagare la propria parte e, quindi, potrà utilizzare, per pagarla, soldi che sono già stati destinati al lavoratore (ad personam).
Si cammina sul filo di lana, trattandosi di denaro pubblico. Il rischio di incorrere in irregolarità o, addirittura, in reati c’è, eccome: dalla truffa al peculato, dall’appropriazione indebilia alla distrazione di somme.

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