La rubrica è realizzata, gratuitamente, con le foto del nostro archivio, pubblicate in modo casuale.
Anniversari, ricorrenze e pubblicazione foto richieste dai lettori (con o senza testo) sono a pagamento
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COMUNICATO
Stromboli, 14 agosto 2026 – La Pro Loco “Amo Stromboli” APS esprime profondo apprezzamento nei confronti del Dipartimento Regionale della Protezione Civile della Regione Siciliana per la nota prot. n. 39064/DG/DRPC del 14 agosto 2026, con la quale l’Ente ha raccomandato al Sindaco del Comune di Lipari di adottare, con urgenza, misure di regolamentazione e, ove necessario, di contingentamento dei flussi turistici giornalieri e degli sbarchi sull’isola di Stromboli, con riferimento ai cosiddetti vettori “privati giornalieri”.
Il provvedimento, indirizzato al Sindaco di Lipari e trasmesso per conoscenza a numerosi enti e strutture operative del territorio, tra cui la Capitaneria di Porto di Milazzo, la Prefettura di Messina, l’ASP di Messina, i Carabinieri di Stromboli e la Guardia di Finanza, recepisce di fatto le criticità e le proposte già portate all’attenzione delle istituzioni dai Comitati e dalle Associazioni delle Isole Eolie, tra cui la nostra Associazione, con l’istanza presentata lo scorso 26 luglio 2026.
“Da tempo denunciamo come l’afflusso incontrollato di visitatori, che nelle giornate di punta può superare di diverse volte la popolazione residente, metta a dura prova la capacità della nostra piccola isola di garantire sicurezza, soccorso e assistenza, soprattutto in considerazione della presenza di un vulcano attivo e dei relativi scenari di rischio” – dichiara la Pro Loco Amo Stromboli. “Il riconoscimento da parte della Protezione Civile regionale di queste criticità rappresenta un segnale importante e conferma la fondatezza delle nostre segnalazioni.”
La nota richiama l’attenzione sulla necessità di verificare la compatibilità tra il numero massimo di persone contemporaneamente presenti sull’isola e l’effettiva capacità del sistema di evacuazione e trasferimento via mare, nonché sull’adeguatezza dei servizi sanitari, di soccorso, di gestione dei rifiuti e di approvvigionamento idrico rispetto ai picchi di presenza turistica.
La Pro Loco Amo Stromboli coglie l’occasione per ribadire come la tutela delle piccole isole dal fenomeno dell’overtourism non sia soltanto una questione di vivibilità e di qualità dell’accoglienza, ma un tema che investe direttamente la sicurezza pubblica e l’incolumità di residenti e visitatori. Le isole minori, per loro natura, dispongono di vie di accesso, di deflusso e di risorse di soccorso limitate: un afflusso non regolamentato rischia di compromettere la capacità del territorio di rispondere efficacemente a eventuali situazioni di emergenza.
L’Associazione auspica ora che il Comune di Lipari, quale Autorità territoriale di protezione civile, dia seguito con la massima celerità alle raccomandazioni ricevute, adottando misure concrete ed efficaci di regolamentazione degli sbarchi e delle presenze, in raccordo con le Autorità marittime competenti, così da garantire un equilibrio sostenibile tra sviluppo turistico e tutela della sicurezza e della qualità della vita sull’isola.
La Pro Loco Amo Stromboli APS conferma la propria piena disponibilità a collaborare con tutte le istituzioni coinvolte per la definizione e l’attuazione di misure condivise a tutela di Stromboli, della sua comunità e dei suoi visitatori.
Pro Loco Amo Stromboli APS
A Stromboli, in particolare, la presenza contemporanea di migliaia di visitatori può determinare un significativo incremento della popolazione effettivamente esposta, con conseguente maggiore pressione sui servizi sanitari, di soccorso e di assistenza.
Tale situazione assume particolare rilievo in ragione della presenza del vulcano attivo e degli specifici scenari di rischio vulcanico, che impongono di garantire condizioni adeguate per l’eventuale allertamento, assistenza, allontanamento ed evacuazione della popolazione. (ansa)
Un cadavere in decomposizione di una donna argentina di 40 anni è stato trovato questa mattina a Messina, in un cortile di una abitazione sulla via La Farina. Ad avvertire le forze dell'ordine alcuni abitanti della zona che avevano avvertito un odore nauseabondo.
Interrogazione consiliare - Diritto allo studio, trasporto scolastico degli studenti pendolari e criteri adottati dal Comune di Lipari.
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Kolbe nacque a SudunzskaWola, una cittadina del centro industriale di Lodz, l'8 gennaio 1894. I suoi genitori erano operai tessili. Kolbe da ragazzo conobbe il senso liberatorio e insieme opprimente di povertà e lavoro. E quell'esperienza non fu estranea ad alcune scelte che lo portarono ad abbracciare la Regola di san Francesco tra i minori conventuali di Leopoli (1907) e poi a dar vita a una istituzione che aveva proprio, in povertà e lavoro, caratteristiche tipicamente francescane, un sicuro fondamento, e cioè le «Città dell'Immacolata»: «Niepokalanów», in Polonia, e «Mugenzai No Sono», in Giappone.
Nell'ideale francescano Kolbe innestò poi la propria fiducia nella possibilità offerta dai mezzi che la tecnica in quel tempo stava mettendo a disposizione. E a chi gli faceva osservare che su di essi già il diavolo aveva allungato le sue sordide zampacce, egli rispondeva: «Ragione di più per svegliarci e metterci all'opera per riconquistare le posizioni perdute».
Quando ne ebbe l'opportunità, dimostrò la bontà e la lungimiranza dei propri progetti. E ciò avvenne in Polonia, dove ritornò nel 1919, dopo aver conseguito a Roma la laurea in teologia.
A pochi chilometri da Varsavia diede vita nel 1927 a «Niepokalanów» (Città dell'Immacolata) i cui cittadini, tutti frati, si dedicavano, vivendo in rigorosa povertà, all'apostolato per mezzo della stampa. E furono autori di un consistente boom editoriale che ancor oggi sorprende. Il «Cavaliere dell'Immacolata», la prima di una catena di riviste, fondato nel 1922 dopo un periodo iniziale di stasi, decollò raggiungendo le cinquantamila copie. In seguito si affermò come settimanale con settecentocinquantamila copie (addirittura un milione nel 1938).
L'Immacolata, cui padre Kolbe ha intitolato gran parte delle sue riviste, era il suo chiodo fisso. In tempi non troppo felici per la chiesa e per il mondo, Kolbe vedeva nella Madonna l'ideale capace di scuotere le coscienze, di ridare fiato al cristianesimo; un ideale, comunque, per il quale combattere le sante battaglie della fede. Per questo, ancor prima di essere ordinato sacerdote, aveva istituito a Roma, il 16 ottobre 1917, la Milizia dell'Immacolata, uno strumento per far conoscere e vivere la devozione alla Madre di Cristo, ancor oggi vivo e prosperoso.
Nel 1930 partì missionario per il Giappone a fondarvi un'altra Città dell'Immacolata, animata dallo stesso spirito e dagli stessi ideali. Tornato definitivamente in Polonia, dopo un paio di altri viaggi «missionari» nello stesso Giappone e in altri paesi dell'oriente, padre Kolbe si dedicò interamente alla sua opera.
La seconda guerra mondiale lo sorprese a capo del più importante complesso editoriale della Polonia.
Il 19 settembre 1939 fu arrestato dalla Gestapo, che lo deportò prima a Lamsdorf (Germania), poi nel campo di concentramento di Amlitz. Rilasciato l'8 dicembre 1939, tornò a Niepokalanów, riprendendo l'attività interrotta. Arrestato di nuovo nel 1941 fu rinchiuso nel carcere di Pawiak a Varsavia, e poi deportato nel campo di concentramento di Auschwitz, dove con uno straordinario atto d'amore chiuse una vita tutta spesa al servizio degli altri.
Nel campo viveva una legge secondo la quale, per la fuga di uno, dieci dello blocco, venivano condannati a morire di fame in un oscuro sotterraneo. Quando all'appello della sera risultò che uno mancava un grande timore invase l'animo di tutti i prigionieri...
Il Comandante scelse con un cenno della mano chi doveva morire e ad un tratto si sentì un grido: «Addio! addio! mia povera sposa, addio miei poveri figli...era il sergente Francesco Gajowniczek.
Ma ad un tratto un uomo, anzi, un numero esce con passo deciso dalle file e va diritto verso il Comandante del campo. Chi è lei? Cosa vuole? Come osa infrangere la ferrea disciplina ed affrontare il terribile Capo?
«Sono un sacerdote cattolico polacco; sono anziano, voglio prendere il suo posto, perchè egli ha moglie e figli».
Il Comandante, meravigliato, parve non riuscire a trovare la forza per parlare e stranamente accettò quella proposta...
Padre Kolbe insieme agli altri condannati fu avviato verso il blocco 11. Qui le vittime furono denudate e rinchiuse in una piccola cella, in cui dovevano morire di fame e di sete. Ma da questo tetro luogo, invece di pianti e disperazione, questa volta si udirono preghiere e canti. Padre Kolbe li guidava, attraverso il cammino della croce, alla vita eterna.
Rimase nel bunker per due settimane, quando le SS decisero di svuotare la cella della morte. Erano rimasti in vita solo quattro uomini tra cui Padre Massimiliano.
Venne ucciso con un'iniezione di acido fenico, perché la cella, che egli aveva trasformato in cenacolo di preghiera e che condivideva con gli altri condannati, serviva per altre vittime. «Porse lui stesso, con la preghiera sulle labbra, il braccio al carnefice», raccontò un testimone.
Lo trovarono qualche ora dopo, «appoggiato al muro, con la testa inclinata sul fianco sinistro e il volto insolitamente raggiante. Aveva gli occhi aperti e concentrati in un punto. Lo si sarebbe detto in estasi». Era la vigilia dell'Assunta, di una festa della Madre di Dio, che egli aveva sempre amato, chiamandola con il nome di «dolce mamma».
MARTIROLOGIO ROMANO. Memoria di san Massimiliano Maria (Raimondo) Kolbe, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali e martire, che, fondatore della Milizia di Maria Immacolata, fu deportato in diversi luoghi di prigionia e, giunto infine nel campo di sterminio di Auschwitz vicino a Cracovia in Polonia, si consegnò ai carnefici al posto di un compagno di prigionia, offrendo il suo ministero come olocausto di carità e modello di fedeltà a Dio e agli uomini.