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venerdì 17 gennaio 2014

CROCETTA CONTRO TUTTI. È GUERRA VUOLE TORNARE ALLE URNE?

È come se avesse disegnato una road map e avesse fatto crollare i ponti dietro per evitare di tornare indietro, altrimenti non si spiegano le reazioni di Rosario Crocetta dopo le conclusioni dell’inchiesta della Procura sulle spese facili di deputati e gruppi parlamentari. Ha affondato la lancia nel costato senza guardare in faccia nessuno, anzi scendendo nei particolari, al punto da mandare in bestia tutti quanti, da Cracolici a Faraone, a Lupo ed altri. Si aspettavano un distinguo, cautela, ed invece qualche ora dopo, ha messo le mani avanti: avete visto, ha detto più o meno, se avessi ascoltato i fautori del rimpasto mi sarei trovato una giunta di indagati e che figura ci avremmo fatto?
La road map è tracciata, sospetta qualcuno: vuole lasciare Palazzo d’Orleans e andare a Roma, perché l’aria si è fatta mefitica a Palazzo dei Normanni. Non ha maggioranza e non ha alleati veri ed affidabili. Perfino il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Giovanni Ardizzone, spiegano, è uscito dal riserbo e lo ha accusato di non rispettare il Parlamento e di approfittare dell’inchiesta per delegittimarlo. Covava, è vero, in lui una profonda diffidenza per via delle giornate (e nottate) passate a Sala D’Ercole attorno alla Finanziaria, tanto che a cose fatte ha espresso un plauso nei confronti dell’assessore all’Economia, Luca Bianchi, che è sembrato un rimprovero nei confronti del governatore.
Chi non condivide la tesi del ritorno alle urne, la “fuga” dal parlamento ostile, ricorda che Crocetta ha sempre avuto reazioni istintive, che poi sono state ammorbidite nei giorni successivi. Ed a riprova di questo ragionamento, avverte che poi il governatore, tornando sulla questione – l’inchiesta e gli indagati – si è mostrato dispiaciuto ed ha ricordato che ci sono tanti deputati seri ed efficienti che fanno la loro parte in modo encomiabile.
Ma questa “seconda” puntata non attenua i rigori della prima, quando ha colpito nel mucchio, ha delegittimato il Parlamento senza eccezione ed ha alzato barricate fra il governo e l’Assemblea.
Al di là delle parole, opportune o inopportune, è questo il punto dolente: la scelta, di principio, nessun deputato deve fare parte dell’esecutivo. Si può sostenere, fanno notare, la necessità di un governo tecnico, che privilegi l’efficienza, l’esperienza, la competenza, ma non può essere una regola non scritta, che i parlamentari non debbano e non possano fare parte dell’esecutivo. Non c’è una norma che lo vieta, finora.
La prima “vittima” del disagio istituzionale creato dall’inchiesta e dall’accoglienza riservata dalle sue conclusioni a Palazzo d’Orleans potrebbe essere l’abolizione delle Province. I “conservatori” aspettano al varco il governo per fare un viaggio e due servizi, impallinarlo e tornare alle urne per eleggere i consigli provinciali ed i presidenti, mentre i riformatori – dal Pd all’Udc (seppure con alcuni distinguo) – lo aspettano al varco per misurare l’attendibilità degli impegni assunti.
Le cose, insomma, si sono messe male. E la prospettiva di una terza legislatura “spezzata” è diventata improvvisamente concreta. Nonostante le forti resistenze dei deputati, che sono tradizionalmente contrari ad accorciare la vita del mandato.

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