Un mestiere nato dalla pietra bianca
Per più di un secolo i cavatori di pomice di Lipari hanno rappresentato l’anima operosa dell’isola. Il loro lavoro era legato a un materiale unico al mondo, la pomice bianca liparese, così pura e leggera da diventare famosa in ogni continente.
Prima che il turismo cambiasse il volto dell’isola, era il via vai dei lavoratori nelle cave a segnare le giornate di Lipari.
I cavatori erano uomini temprati dal sole e dal vento.
Molti di loro provenivano dalle borgate liparesi. A differenza dei minatori classici, il loro lavoro si svolgeva all’aperto, su pendii ripidi e accecanti per via della polvere bianca che ricopriva tutto.
Una giornata di lavoro tra montagne bianche e mare turchese
La giornata dei cavatori cominciava all’alba.
Salivano verso le cave di Porticello, del Vallone Bianco o del Monte Pelato e iniziavano a estrarre il materiale con picconi, pale e, successivamente, anche con mezzi meccanici.
La pomice veniva:
-
scavata a mano o tagliata a blocchi;
-
caricata su slitte o vagoncini;
-
convogliata tramite teleferiche verso i magazzini a valle;
-
imbarcata sui moli per l’esportazione.
La polvere era ovunque: sui vestiti, sulla pelle, perfino nell’aria che respiravano. Molti cavatori ricordano ancora oggi l’odore acre della pietra appena frantumata e il fruscio delle teleferiche che scivolavano verso il mare.
Un lavoro duro, tra pericoli e solidarietà
Il mestiere era faticoso e spesso pericoloso:
-
rischi di crolli,
-
cadute dai ripidi versanti,
-
incidenti nelle teleferiche e nelle vasche di raccolta,
-
malattie respiratorie legate alla polvere (silicosi).
Eppure, il lavoro in cava era anche sinonimo di comunità e solidarietà. I cavatori erano legati da un senso di appartenenza profondo: dividevano la fatica, i pasti, i silenzi e le giornate che sembravano tutte uguali. Molti raccontano che “nessuno restava indietro”, e il gruppo era spesso più forte delle difficoltà.
Le grandi aziende e gli anni d’oro
Dalla fine dell’Ottocento agli anni ’70 del Novecento l’attività raggiunge il suo massimo sviluppo.
La ditta Pumex e altre aziende locali modernizzano l’estrazione, costruiscono teleferiche, forni, impianti di frantumazione, moli e depositi.
Lipari esporta pomice in tutto il mondo: Europa, Stati Uniti, Sud America, Medio Oriente.
In quegli anni centinaia di famiglie vivono grazie al lavoro dei cavatori, e l’isola diventa un punto di riferimento globale per la produzione.
La lenta fine di un mestiere
A partire dagli anni ’80 si avvia il declino.
La concorrenza internazionale e le nuove normative ambientali rendono l’attività sempre più complessa.
Nel 2000, con l’ingresso delle Eolie nel Patrimonio UNESCO, arriva la chiusura definitiva delle cave.
Per i cavatori, la fine del lavoro non è solo economica: è la scomparsa di un’identità costruita in decenni di fatica e orgoglio. Molti raccontano che quando le teleferiche si fermarono, sembrò “spegnersi una parte dell’isola”.
La memoria dei cavatori oggi
Oggi il ricordo dei cavatori vive:
-
nelle testimonianze degli anziani dell’isola,
-
nei ruderi delle teleferiche e degli impianti,
-
nei progetti di recupero del Parco della Pomice,
-
nelle fotografie e nei racconti che immortalano il “popolo delle bianche montagne”.
Sempre più studiosi, geologi e antropologi riconoscono che la storia dell’isola non può essere raccontata senza quella dei suoi cavatori.
Il paesaggio attuale — fatto di scarpate bianche che scendono verso il mare — è il risultato di generazioni di lavoro umano che ha modellato la natura.
Un’eredità fatta di silenzio, fatica e bellezza
Le cave di Lipari non sono solo un luogo: sono la memoria viva di un mestiere scomparso e di una comunità che per decenni ha costruito il proprio futuro a colpi di piccone.
Oggi chi visita la zona sente ancora il peso del silenzio che ha sostituito il rumore delle teleferiche, e può immaginare gli uomini che, tra sole e polvere, hanno scritto una delle pagine più affascinanti e intense della storia eoliana.


Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.