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venerdì 2 gennaio 2026

I Cavatori di Pomice di Lipari: storia, lavoro e memoria di un mestiere scomparso

Un mestiere nato dalla pietra bianca

Per più di un secolo i cavatori di pomice di Lipari hanno rappresentato l’anima operosa dell’isola. Il loro lavoro era legato a un materiale unico al mondo, la pomice bianca liparese, così pura e leggera da diventare famosa in ogni continente.
Prima che il turismo cambiasse il volto dell’isola, era il via vai dei lavoratori nelle cave a segnare le giornate di Lipari.

I cavatori erano uomini temprati dal sole e dal vento.
Molti di loro provenivano dalle borgate liparesi. A differenza dei minatori classici, il loro lavoro si svolgeva all’aperto, su pendii ripidi e accecanti per via della polvere bianca che ricopriva tutto.

Una giornata di lavoro tra montagne bianche e mare turchese

La giornata dei cavatori cominciava all’alba.
Salivano verso le cave di Porticello, del Vallone Bianco o del Monte Pelato e iniziavano a estrarre il materiale con picconi, pale e, successivamente, anche con mezzi meccanici.
La pomice veniva:

  • scavata a mano o tagliata a blocchi;

  • caricata su slitte o vagoncini;

  • convogliata tramite teleferiche verso i magazzini a valle;

  • imbarcata sui moli per l’esportazione.

La polvere era ovunque: sui vestiti, sulla pelle, perfino nell’aria che respiravano. Molti cavatori ricordano ancora oggi l’odore acre della pietra appena frantumata e il fruscio delle teleferiche che scivolavano verso il mare.

Un lavoro duro, tra pericoli e solidarietà

Il mestiere era faticoso e spesso pericoloso:

  • rischi di crolli,

  • cadute dai ripidi versanti,

  • incidenti nelle teleferiche e nelle vasche di raccolta,

  • malattie respiratorie legate alla polvere (silicosi).

Eppure, il lavoro in cava era anche sinonimo di comunità e solidarietà. I cavatori erano legati da un senso di appartenenza profondo: dividevano la fatica, i pasti, i silenzi e le giornate che sembravano tutte uguali. Molti raccontano che “nessuno restava indietro”, e il gruppo era spesso più forte delle difficoltà.

Le grandi aziende e gli anni d’oro

Dalla fine dell’Ottocento agli anni ’70 del Novecento l’attività raggiunge il suo massimo sviluppo.
La ditta Pumex e altre aziende locali modernizzano l’estrazione, costruiscono teleferiche, forni, impianti di frantumazione, moli e depositi.
Lipari esporta pomice in tutto il mondo: Europa, Stati Uniti, Sud America, Medio Oriente.
In quegli anni centinaia di famiglie vivono grazie al lavoro dei cavatori, e l’isola diventa un punto di riferimento globale per la produzione.

La lenta fine di un mestiere

A partire dagli anni ’80 si avvia il declino.
La concorrenza internazionale e le nuove normative ambientali rendono l’attività sempre più complessa.
Nel 2000, con l’ingresso delle Eolie nel Patrimonio UNESCO, arriva la chiusura definitiva delle cave.

Per i cavatori, la fine del lavoro non è solo economica: è la scomparsa di un’identità costruita in decenni di fatica e orgoglio. Molti raccontano che quando le teleferiche si fermarono, sembrò “spegnersi una parte dell’isola”.

La memoria dei cavatori oggi

Oggi il ricordo dei cavatori vive:

  • nelle testimonianze degli anziani dell’isola,

  • nei ruderi delle teleferiche e degli impianti,

  • nei progetti di recupero del Parco della Pomice,

  • nelle fotografie e nei racconti che immortalano il “popolo delle bianche montagne”.

Sempre più studiosi, geologi e antropologi riconoscono che la storia dell’isola non può essere raccontata senza quella dei suoi cavatori.
Il paesaggio attuale — fatto di scarpate bianche che scendono verso il mare — è il risultato di generazioni di lavoro umano che ha modellato la natura.

Un’eredità fatta di silenzio, fatica e bellezza

Le cave di Lipari non sono solo un luogo: sono la memoria viva di un mestiere scomparso e di una comunità che per decenni ha costruito il proprio futuro a colpi di piccone.
Oggi chi visita la zona sente ancora il peso del silenzio che ha sostituito il rumore delle teleferiche, e può immaginare gli uomini che, tra sole e polvere, hanno scritto una delle pagine più affascinanti e intense della storia eoliana.

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