Il contributo alle partorienti delle isole minori scenderebbe da 5.000 a 3.926 euro, nonostante l'aumento delle beneficiarie.
Qualche tempo fa scrivevo che nascere a Lipari non è soltanto un diritto sanitario, ma un bisogno educativo. La nascita di un figlio rappresenta uno dei momenti più belli e delicati nella vita di una famiglia. È il tempo in cui si costruiscono relazioni, si consolidano legami, si gettano le basi neuropedagogiche e relazionali che accompagneranno un bambino per tutta la vita. Costringere una donna a lasciare la propria isola per partorire significa interrompere questo naturale percorso, imponendo una separazione dai propri cari, dalla propria casa e, spesso, anche dagli altri figli.
È una ferita che nessun contributo economico potrà mai sanare!
Quel contributo, però, aveva almeno il valore di riconoscere che lo Stato era consapevole del diritto "scippato" alle famiglie delle isole minori. Oggi, invece, al danno sembrerebbe aggiungersi la beffa.
I decreti della Regione Siciliana evidenziano che rispetto ai 921.500 euro stanziati per il 2024, il fondo destinato alle partorienti delle isole minori è stato ridotto a 750.000 euro per l'annualità 2025, nonostante il numero delle beneficiarie sia aumentato da 180 a 191. Se il decreto dovesse essere confermato nella sua attuazione, il contributo individuale scenderebbe da 5.000 a circa 3.926 euro, con una riduzione di oltre il 21%.
Più donne costrette a lasciare la propria isola. Più famiglie costrette ad affrontare viaggi, permanenze lontano da casa, spese impreviste e separazioni. E, paradossalmente, meno risorse per sostenerle. Ricordiamoci che non stiamo parlando di un semplice bonus.
Quel contributo nasce per compensare, almeno in parte, un disagio che le istituzioni stesse hanno creato. Le donne delle isole minori non scelgono liberamente di partorire lontano dalla propria comunità. Sono costrette a farlo. Per questo motivo ridurre quel sostegno significherebbe trasferire sulle famiglie il costo di una carenza del sistema sanitario regionale.
Come pedagogista continuo a ritenere che una comunità debba prestare la massima attenzione alle famiglie. Ogni nascita, infatti, è una speranza di futuro.
Ogni madre e padre dovrebbero poter vivere questo passaggio con serenità, accanto ai propri cari e alla propria comunità.
Quando questo diritto viene negato, le istituzioni hanno il dovere di alleviarne almeno le conseguenze.
Mi auguro che la Regione intenda rivedere questa scelta, perché ogni madre che mette al mondo un figlio custodisce il primo spazio educativo che quel bambino conoscerà: le sue braccia, la sua voce, la sua casa, la sua comunità.
Quando una donna è costretta a lasciare tutto questo per poter partorire, è l'intera comunità a perdere qualcosa. E quando, oltre alla partenza obbligata, si riduce anche il sostegno destinato ad accompagnare quel momento, il rischio è quello di trasmettere un messaggio profondamente diseducativo.
Una terra nella quale diventa sempre più complicato nascere è una terra che, inevitabilmente, rischia di smettere di immaginare il proprio futuro.
Dott. Samuele Amendola – Pedagogista

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