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giovedì 5 dicembre 2013

PROVINCE, LA SICILIA PARTE PRIMA, ARRIVA ULTIMA. ROMA INCALZA

Finanziaria, spending review, province. Un’agenda severa per Sala D’Ercole. La vigilia di Natale è un collo di bottiglia. Da sempre. Non solo per l’attività parlamentare. In Sicilia, tuttavia, le giornate di fine anno si caricano di dilemmi insoluti, contraddizioni irrisolte, questioni appena sfiorate. Non è la conclusione di un percorso. Si ricomincia da capo, uno start up stanco, talvolta rabbioso, che induce ai compromessi peggiori piuttosto che alle soluzioni ragionevoli. A meno che non finisca con il “tu mi dai una cosa a me ed io ti do una cosa a te…”, come avviene nelle migliori famiglie.
La spending review ha impegnato l’Assemblea per mesi, in Commissione. Le resistenze sono state molto forti, ma anche le volontà sono apparse altrettanto irriducibili. Va dato atto che su questo tema il presidente dell’Ars, Giovanni Ardizzone, abbandonando l’arcinota duttilità democristiana, è apparso irriducibile: il “fascicolo” bisogna chiuderlo, ha detto e ripetuto, la Sicilia deve attraversare il guado e rispettare il tetto di spesa imposto dai parametri “suggeriti” da Roma. Dal primo gennaio, dunque, nuove buste paga. Vedremo che cosa partorirà la montagna e quanta attenzione verrà data alla trasparenza, ben più importante di qualunque riduzione di spesa.
In questo ambito, va anche affrontata l’ormai annosa questione delle province: abolite senza abolirle. La Sicilia era partita per prima, ora arranca nelle ultime posizioni fra le regioni italiane, perché nell’Isola prevalgono i “provinciali”, coloro che di riffa o di raffa vorrebbero resuscitare le province, che ancora “respirano”, e non sono affatto morte. Il ministro Del Rio promette premi alle Regioni che ridurranno gli enti intermedi e renderanno operative le città metropolitane entro il 30 settembre del 2014
Il governo nazionale considera la riforma di importanza strategica e sta adottando misure che saltano l’ostacolo della Corte costituzionale (il decreto svuota province). Ormai si delinea in modo chiaro il modello di riforma: le funzioni delle province verranno trasferite ai comuni, alle unioni dei comuni, alle città metropolitane e alle Regioni.
Le province, inoltre, non disporranno di personale politico (abolite le elezioni), ma manterranno la pianificazione territoriale, del trasporto e della rete scolastica, ma “al servizio dei comuni”. Saranno guidate dai sindaci, che diverranno consiglieri, componenti dell’assemblea provinciale o presidenti. Il governo calcola un risparmio iniziale di 110 milioni di euro, 700-800 a regime.
A Palazzo dei Normanni il nuovo assetto degli enti intermedi ha vissuto alterne fortune, dalla prima Commissione Affari istituzionali dell’Ars è uscita addirittura una “direttiva” che ripropone, di fatto, le province, o quasi. Una scelta che ha mandato in bestia una delle componenti della maggioranza, l’Udc, anche per le modalità del percorso (nessun confronto preliminare).
Al ritorno delle province si è risposto con la loro definitiva abolizione e la rinuncia alle simil-province, i consorzi dei comuni, “vagheggiati” dallo Statuto speciale della Regione siciliana. Le funzioni delle amministrazioni provinciali passerebbero dunque alla Regione ed ai comuni, ma verrebbe lascato un varco alle “unioni dei comuni” sul modello romano.

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