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venerdì 14 dicembre 2012

ASSEMBLEA, RINUNCIARE AI BENEFIT È IMPOSSIBILE

(essepi) I soldi pubblici possono essere elargiti con sorprendente facilità nelle assemblee legislative italiane, ma non possono tornare indietro. Per quanta buona volontà ci stiano mettendo coloro che vogliono lasciarli nelle casse dei Palazzi, infatti, non ci riescono. Almeno, così ci viene raccontato. La cosa è così strana che vale la pena occuparsene.
Le ragionerie delle assemblee legislative si sarebbero date da fare per trovare un varco fra le norme e soddisfare così la voglia di rinunciare ai soldi – almeno in parte  - dei consiglieri a 5 Stelle, ma i tentativi fin qui esperiti non avrebbero condotto ad alcun risultato utile. Finora, infatti, le amministrazioni impiegate nella ricerca dei varchi non hanno fatti passi avanti. La cassaforte può essere aperta per prelevare, ma non può essere aperta per rimettere i soldi al loro posto. Si può spendere ma non si può incassare a meno che non sia l’erario a provvedere.
 Com’è possibile? Occorre farsene una ragione e prendere atto di questo divieto “ad excludendum”?
Per capire quel che succede, bisogna ricorrere a qualche analogia: rifiutarsi di prendere le indennità per i parlamentari, nazionali e regionali (e quindi anche per consiglieri comunali e provinciali), sarebbe come rinunciare a un diritto, per esempio alle ferie nel posto di lavoro . I lavoratori però hanno il diritto di rinunciare al salario, mentre i parlamentari ed i consiglieri regionali e locali, no. E’ vero che nessun lavoratore con la testa sulle spalle finora si sia dato da fare per non essere pagato, ma questo non vuol dire niente, perché è il principio quello che conta: i parlamentari non godono di un diritto, lasciare i soldi dove stanno, riconosciuto senza alcuna remora ai lavoratori. Una sorta di discriminazione. Un divieto “ad personam”.
 Stipendi, emolumenti, benefit, indennità, rimborsi forfettari e tutto il resto, restano dunque sul groppone dei destinatari a prescindere dalla volontà di questi ultimi. Una costrizione intollerabile.
 I consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle in Emilia hanno aperto una vertenza per vedersi riconosciuto il diritto alla rinuncia di parte dell’indennità e si è cercato fra le pieghe dei regolamenti l’autorizzazione a lasciare i soldi dove stavano, ed alla fine si sono dovuti accontentare di un espediente, rifugiandosi nell’assegno autogestito. I soldi non vengono versati al singoli consiglieri ma ad un fondo comune, appunto, co-gestito. L’escamotage lascia le cose come stanno, il diritto non viene intaccato, e il profumo del rifiuto, ma solo quello, può essere sparso senza timore d’incontrare ostacoli.
Il problema viene studiato in questi giorni dagli uffici di ragioneria dell’Assemblea regionale siciliana dove sono entrati ben quindici deputati regionali eletti dal Movimento 5 Stelle, che hanno sottoposto, come in Emilia, la questione: ridimensionare l’indennità. Prima di mettere piede in Assemblea, il M5S ha proclamato il noto voto di castità, affidando ad una cerimonia propiziatrice in Piazza del Parlamento il rifiuto dei rimborsi elettorali, ed ora deve vedersela con i meccanismi complicati del Palazzo.
 Si arriverà anche qui all’assegno autogestito?
Andiamoci piano. I quindici del M5S devono rendersi pur conto che l’Assemblea regionale ha accumulato una esperienza nella spesa e non nell’entrata. Ha fama di una università della ”spesa”, qui si sono formati per unanime considerazione gli “ingegneri” dello stipendio, dell’emolumento, vitalizio, dei benefit, indennità e rimborsi. Prova ne è che pur elargendo copiosamente contributi e rimborsi non si sono mai verificati incresciosi episodi come nel consiglio regionale del Lazio.
 Quel che viene richiesto al Parlamento regionale siciliano – dimezzare le indennità su richiesta dell’utenza – è da considerare alla stregua di un atto contro natura. Occorrerà che i rinunciatari si facciano una ragione e accettino l’idea di essere pagati, o strapagati, a seconda dei casi.
Certo, è difficile da digerire per chi non conosce le regole del palazzo questa storia che i soldi si possono legittimamente dare, perfino allegramente, ma non si possono restituire. Per i malpensanti è un invito a nozze, la faccenda puzza di bruciato. Se si accede all’idea che l’assegno possa essere rifiutato, in tutto o in parte, come va a finire? Potrebbe accadere che si assegnino certificati di buona condotta sulla base della rinuncia, anzi della misura di essa. Sarebbe indecente. Si aprirebbe una braccia nel bilancio ancor prima che nelle mura del Palazzo.
Ma qualche alternativa la si può trovare. Per esempio si potrebbero dimezzare le indennità. Il Consiglio di Presidenza, vicepresieduto dal grillino Venturino, decide un taglio e così sia. Oppure i soldi “contesi” potrebbero finire ad organizzazioni di volontariato, strutture per la pubblica assistenza. Se ne trovano a iosa associazioni ed enti che assistono persone bisognose. Giusto come l’8 per mille o simili. Tutto alla luce del sole, con controlli sull’uso delle risorse. Perché si disperino tanto, è difficile da capire, francamente.

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